lunedì 26 giugno 2017

Beatrice Lorenzin lascia o raddoppia i vaccini assassini?


Roma (7 marzo 2016): iniziativa Farmindustria


di Gianni Lannes

Un ministro che mente spudoratamente e reiteratamente - forse per ignoranza o altro - può licenziare un decreto legge incostituzionale per imporre in modo coercitivo ben 12 vaccini obbligatori a minori sani, mettendo a repentaglio la loro salute? Gli articoli 76 e 77 della Costituzione repubblicana italiana non ammettono dubbi o fraintendimenti: “soltanto in casi di straordinaria necessità e urgenza”. Il presidente del consiglio pro tempore, Paolo Gentiloni, assurto alle cronache per aver regalato 339,9 chilometri quadrati di mare italiano alla Francia, ha dichiarato in conferenza stampa il 19 maggio scorso: «Non si tratta di uno stato di emergenza». Infatti, in Italia non sono in atto epidemie e non dilagano pandemie. Dunque, perché bombardare di iniezioni neonati, bambini e adolescenti?  


Per capire di che pasta scientista è fatta l'ex forzitaliota Lorenzin, è sufficiente ricordare la trasmissione Porta a Porta della Rai, andata in onda il 22 ottobre 2014: al minuto 36’,20” il ministro Beatrice Lorenzin dichiara che «solo di morbillo a Londra, cioè in Inghilterra, lo scorso anno (ossia nel 2013, ndr) sono morti 270 bambini per una epidemia di morbillo molto grave». Esattamente un anno dopo, il 22 ottobre 2015 alla trasmissione «Piazza Pulita» sempre lei se ne esce con la seguente frase (al minuto 5’57’’): «di morbillo si muore, in Europa! C’è stata una epidemia di morbillo a Londra lo scorso anno (2014) e sono morti più di 200 bambini». Inverosimile: i bambini sterminati dal pericolosissimo virus del morbillo sono calati a 200. A conti fatti, secondo le dichiarazioni della Lorenzin, in Gran Bretagna i bambini morti per morbillo nel 2013 sarebbero stati 270, nel 2014 circa 200. Quindi in due anni 470 bambini morti per morbillo in Inghilterra di cui la metà a Londra? I dati ufficiali del Public Health England, ovvero il portale governativo di salute pubblica inglese, attestano ben altro. Titolo: «Measles deaths by age group: 1980 to 2013 (ONS data)». Nel 2013 c’è stato un solo morto, aveva 25 anni e la causa non è stato il morbillo ma le complicanze polmonari. Sorvoliamo sulle frescacce inventate e propagandate sempre dalla Lorenzin relative a Gardaland. In uno Stato civile le false dichiarazioni in tv di un ministro della salute (moglie di Alessandro Picardi, il direttore delle relazioni istituzionali della RAI), in più occasioni e su più argomenti sarebbero più che sufficienti per imporre le immediate dimissioni.    
Alla voce analfabetismo funzionale. La Lorenzin in un’intervista intervista a Sky TG24 ha dichiarato: «Ci sono paure che non devono essere alimentate ma invece devono essere sedate». Mentre in trasmissione a La7 ha avuto l’ardire di dare sfoggio alla sua sapienza a proposito dei virus: «quando ci sono dei buchi i virus camminano, saltellano». 


 Conflitti interesse? A parte Ricciardi e Guerra, il 27 settembre 2016 Renzi ha partecipato a Verona, ad un’iniziativa della Glaxo Smith Kline.  E il Tempio di Adriano si è colorato di rosa. Alla vigilia della festa della donna, Farmindustria ha infatti organizzato un convegno sul tema: “Le Donne per la Farmaceutica, La Farmaceutica per le Donne”. Sono intervenute, tra gli altri, anche il ministro della Salute Beatrice Lorenzin e dell’Istruzione Stefania Giannini. 



Qualche tempo prima, il Sole 24 ore del 7 ottobre 2014 riportava questo articolo profetico: 

«Metti dieci Ceo mondiali di Big Pharma a Palazzo Chigi e un premier che li invita a puntare (e a investire) sull'Italia. E metti che Big Pharma risponda: lo stiamo già facendo, anche oltre le promesse fatte, «siamo pronti a dare ancora una mano». Prove tecniche di sintonia tra il Governo e le industrie farmaceutiche ieri a Roma. Con un incontro a sorpresa tra Matteo Renzi e le imprese del farmaco internazionali, comprese alcune italiane come Menarini e Chiesi, che già hanno base e forza in Italia. Un incontro che fa seguito a quello avvenuto nei mesi scorsi a Bari, quando il premier per la prima volta fece un esplicito endorsement pro industria farmaceutica, definendola strategica per lo sviluppo e invitandola a consolidare e ad allargare la propria presenza nel nostro Paese…  Restano sul tavolo gli inviti di Renzi alle industrie a «investire in Italia, per voi è un'opportunità, il Paese sta cambiando», avrebbe chiosato il premier. Come interamente sul tappeto restano le richieste rilanciate dalle farmaceutiche al Governo: stabilità normativa e certezza di regole, un sistema regolatorio forte e solido, snellezza burocratica, una riforma dell'Aifa (Agenzia del farmaco) che la rende efficiente, che acceleri l'accesso dei prodotti ai mercati e le ispezioni. Una nuova prospettiva italiana per il farmaco, insomma. Che per Big Pharma costituisce quasi una pre condizione per continuare a scommettere sull'Italia, o addirittura per arrivarci ex novo. Chissà. Certo è che la presenza a palazzo Chigi dei Ceo di Bayer, Bristol-Myers Squibb, Eli Lilly, GlaxoSmithKline, Johnson & Johnson, Merck Serono, Novartis e Roche, insieme a due delle italiane ben radicate all'estero, non è stato un evento di secondo piano. «Per la prima volta un primo ministro italiano incontra un gruppo di Ceo mondiali dello stesso settore, gliene va dato atto. Per noi questo è un segnale molto positivo e anche una dimostrazione di fiducia nel nostro Paese», ha commentato Scaccabarozzi. Ora, è chiaro, si attendono i fatti da parte del Governo. Chissà se già con la prossima legge di Stabilità. La presenza di altri ministri accanto a Renzi, – da Pier Carlo Padoan (Economia) a Beatrice Lorenzin (Salute) fino a Federica Guidi (Sviluppo) – è di sicuro un segnale in più di attenzione verso le industrie. La manovra 2015 potrebbe essere la prova della verità».



riferimenti:






  


















https://eupha.org/repository/conference /2015/EPH_Conference_Programme_Update_1_Oct_2015.pdf 


i vaccini causano l'autismo



di Gianni Lannes

Ecco una ricerca scientifica documentata, sicuramente sfuggita al nobel tricolore Beatrice Lorenzin (ministro uscente da processare per direttissima), che ha confuso i virus con i batteri saltellanti.  Se invece degli spot propagandistici la comunità scientifica italiana presentasse gli studi di chi sta indagando sui possibili legami fra vaccini e autismo, l’opinione pubblica scoprirebbe che, sul banco degli imputati, compaiono i vaccini coniugati, le vaccinazioni plurime.  

Soltanto dei criminali in camice bianco e dei politicanti italidioti possono ancora negare una correlazione e tentare di imporre ben 12 vaccini in da modalità di trattamento sanitario obbligatorio. Negli Stati uniti d’America l’incidenza dell’autismo è superiore a qualsiasi malattia infettiva: 1 su 68 (nel 1975 era 1 su 5 mila) mentre nella popolazione Amish che non è solita praticare alcun vaccino, la malattia ha un’incidenza bassissima, 1 ogni 10.000. 
In termini matematici, il vaccino incrementa la probabilità di autismo di ben147 volte. Grazie, dunque, alla popolazione Amish per aver fornito, sia pure indirettamente, un ottimo campione statistico di confronto. Il danno da vaccini è causa documentata di autismo. I dati sull'incidenza e prevalenza indicano che il momento di introduzione dei vaccini e le modificazioni nel tipo e nell'incremento del numero dei vaccini inoculati contemporaneamente implica che i vaccini sono causa di autismo.

Perché Aifa ha nascosto i rapporti degli ultimi 3 anni? Perché nel rapporto Osmed 2014 (quello generico su farmaci e vaccini) emerge che sono aumentati i casi psichiatrici sotto i due anni?  

A proposito: dove sono gli studi di sicurezza e di efficacia dei nuovi vaccini? Chi si fiderebbe dell'antimeningocco B (malattia rarissima) leggendo il rapporto ISTISAN dell'Istituto superiore di sanità? Nessun genitore che ha letto quel documento sottoporrà i propri figli alla pericolosa vaccinazione.   Alla repressione istituzionale messa in atto per conto terzi dai mentecatti di Stato e dagli analfabeti funzionali, segue la ribellione naturale. Nessuno ha il diritto di attentare alla vita anche di un solo essere umano.

Riferimenti








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fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

crisi banche venete, la Germania vuol mangiarsi il Nord-Est

«In caso di una crisi non risolta delle due banche venete che si sono recentemente trovate a navigare in cattive acque, gli effetti non sarebbero molto inferiori a quelli generati dal default della Grecia». Queste le parole che Fabrizio Viola, ad della Banca Popolare di Vicenza, ha rilasciato al “Corriere della Sera” il 2 giugno e poi riportate anche da “Business Insider Italia”. Se consideriamo, infatti, che Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca hanno concesso prestiti “buoni” (ovvero al netto di sofferenze e incagli) per circa 30 miliardi di euro concentrati in gran parte nel nord-est Italia, cioè il territorio più importante per l’economia nazionale, è facile intuire quale sia lo sconquasso che si verrebbe a creare tramite la procedura del bail-in, che impone il rientro forzoso degli impegni a tutela dei depositi. Il debito è il motore dell’economia e intervenire in questo modo sarebbe come togliere ossigeno a tutti quegli imprenditori che fanno affidamento sui prestiti ricevuti dalle due banche; da qui, si innescherebbe la chiusura di un numero importantissimo di piccole e medie aziende, ovvero quelle che caratterizzano il tessuto industriale del nord-est ma anche italiano (le piccolissime, piccole e medie imprese costituiscono circa il 95% del tessuto industriale italiano).
La lente di ingrandimento, secondo opinioni del settore, è stata posta volutamente sulle banche operanti in questo territorio sotto la spinta della Germania; le aziende tedesche hanno un forte interscambio con quelle operanti nel nord-est Italia e Jens Weidmann, della Bundesbankpotrebbero sostituirsi ad esse o comprarle a basso prezzo in caso di fallimento. Chiudere il motore dell’economia italiana significherebbe per la Germania avere il controllo del mercato e rafforzare sempre più la propria posizione di leader in tutta Europa. Il processo sarebbe quello di usare la medesima strategia usata con la Grecia, ovvero sollecitare da una parte tramite le autorità europee dei piani di risanamento improntati su manovre “lacrime e sangue” e, dall’altro, acquisire le aziende in totale crisi per una manciata di euro (l’aeroporto di Atene è stato acquisito dalla tedesca AviAllance per 600 milioni, così come altri 14 aeroporti, per lo più turistici, erano stati acquisiti in precedenza sempre dai tedeschi per un totale di 1,2 miliardi).
Il fondato sospetto prende forma studiando a ritroso le strategie messe in pratiche dalla Germania: prima ha salvato le proprie banche impiegando più di 200 miliardi tenendo impegnata l’Italia a recuperare lo spread (2011/2012), poi ha creato la procedura del bail-il (2015) che vincola l’intervento pubblico ad ultima spiaggia facendo ricorrere gli istituti bancari a salvarsi con i soldi dei correntisti, infine sta cercando di accelerare la chiusura dei due istituti bancari tramite le pressioni fatte in sede europea da Jens Weidmann (presidente della Bundesbank e candidato alla Wolfgang Schaeublesuccessione di Mario Draghi al vertice della Bce nell’autunno del 2018) visto il rischio di elezioni anticipate, che sotto l’effetto dell’onda populista potrebbe mettere i bastoni tra le ruote al progetto tedesco tramite un cambio di governo italiano.
I tedeschi non intendono l’Europa come un processo di progressiva integrazione tra economie tra loro diverse sotto un’ottica di socializzazione, avendone invece una concezione egemonica espressa tramite le misure di austerity fiscale che finora non ha fornito esempi di successo tra gli Stati dell’Unione Europea, se non a favore della Germania stessa. Tutto questo, insieme al colpevole ritardo con cui le autorità italiane hanno compreso il fine del bail-in, potrebbe mettere in serio rischio l’economia italiana dando il definitivo via libera alla Germania per il controllo dell’Europa.
(Francesco Puppato, “Dietro il dissesto delle banche venete spunta l’ombra della Germania”, da “Wall Street Italia” dell’11 giugno 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

lunedì 19 giugno 2017

Albert Sabin contro la follia vaccinale


La Stampa, 8 dicenbre 1985

di Gianni Lannes

Chi l’avrebbe mai detto, eppure il padre del vaccino orale antipolio che non sfruttò mai per lucro il suo brevetto mondiale, in più occasioni, proprio in Italia ebbe a dichiarare che certi vaccini sono inutili e dannosi.


  https://drc.libraries.uc.edu/bitstream/handle/2374.UC/687983/janjune_1986_007.pdf?sequence=1




 “Il medico d’Italia”, organo della Federazione degli Ordini dei Medici, numero 52/53 - dicembre 1985
La Stampa, 29 giugno 1980
A Piacenza qualche medico ancora ricorda la lezione magistrale tenuta dal professor Sabin presso l’ordine dei medici. Almeno dal1980 fino al 1993, anno della sua morte, questo genio della medicina criticò aspramente proprio i vaccini. Peraltro, il 4 dicembre 1991 Sabin partecipò alla trasmissione televisiva su RAI 3 “Mi manda Lubrano”. In quell’occasione disse testualmente in collegamento televisivo, a proposito dell’approvazione della legge 161 (obbligatorietà vaccino antiepatite B, promulgata grazie ad una mazzetta di ben 600 milioni di lire versate dalla Glaxo al ministro De Lorenzo):   

«...Durante il mio ultimo soggiorno in Italia sono venuto a sapere che era stata appena approvata la legge che introduceva la vaccinazione obbligatoria contro l’epatite B. A mio giudizio si tratta di un errore grossolano e sono certo che il ministro della Sanità è stato molto mal consigliato. In realtà in Italia oltre l’ottanta per cento di casi  si verificano tra i tossicodipendenti che fanno uso di siringhe infette o che non cambiano siringhe o tra omosessuali promiscui di sesso maschile. Affrontando questi aspetti del problema si otterrebbero risultati migliori di quelli garantiti dalla vaccinazione obbligatoria previsti dalla legge appena approvata...».

La Stampa, 22 febbraio 1981

E’ sufficiente una disamina dell’archivio storico del quotidiano La Stampa, per documentare le critiche di Sabin ai vaccini. Un gigante così nobile cosa direbbe dei medici nanerottoli in circolazione attualmente, venduti al peggior offerente?

La Stampa, 10 novembre  1993

fonte: http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

il vero Brzezinski, grande architetto del terrorismo moderno

Era lui il vero “inventore” del cosiddetto “terrorismo islamico”. Zbigniew Brzezinski, già consulente per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, spentosi il 26 maggio 2017 all’età di 89 anni, è stato «il grande architetto del terrorismo moderno», secondo il blog “The AntiMedia”, che prova a riassumerne l’eredità. «Mentre il Regno Unito si destreggia con la “minaccia terroristica” ai più alti livelli, dopo un attacco devastante ispirato dall’Isis, e mentre le Filippine entrano in uno stato di legge marziale quasi totale, dopo la devastazione ispirata dall’Isis, la morte di Brzezinski giunge al momento giusto, come stimolo a una comprensione più profonda dell’origine del terrorismo moderno». Come spiega il “New York Times”, «il profondo odio di Brzezinski contro l’Unione Sovietica» ha guidato molta della politica estera americana, «nel bene e nel male». Brzezinski sostenne l’invio di miliardi di dollari ai militanti islamisti che combattevano contro l’invasione delle truppe sovietiche in Afghanistan. E incoraggiò tacitamente la Cina a mantenere il suo sostegno al brutale regime di Pol Pot in Cambogia, nel timore che i vietnamiti, sostenuti dall’Urss, prendessero il controllo del paese. Ma il “New York Times” «non non rende giustizia al vero orrore dietro le politiche di Brzezinski».
Dopo che un colpo di stato in Afghanistan, nel 1973, aveva istituito un nuovo governo laico favorevole ai sovietici, gli Usa si impegnarono a rovesciarlo con una serie di tentativi di colpi di Stato «tramite i paesi lacché dell’America, il Pakistan e l’Iran Brzezinski(che a quel tempo era sotto il controllo dello Shah, sostenuto dagli Usa», scrive “The AntiMedia” in un post tradotto da “Voci dall’Estero”. Nel luglio 1979 Brzezinski autorizzò ufficialmente il sostegno ai ribelli mujaheddin in Afghanistan, tramite il programma della Cia denominato “Operazione Ciclone”. «Molti oggi difendono la decisione dell’America di armare i mujaheddin in Afghanistan, perché credono che fosse necessario per difendere il paese, e l’intera regione, dall’aggressione sovietica. Tuttavia le stesse affermazioni di Brzesinski contraddicono in pieno questa giustificazione». In un’intervista del 1998, Brzezinski ammise che, nel condurre questa operazione, l’amministrazione Carter stava «consapevolmente aumentando la probabilità» che i sovietici intervenissero militarmente. In altre parole, Brzezinski suggerisce che gli Usa «avessero iniziato ad armare le fazioni islamiste già prima dell’invasione sovietica».
Brzezinski disse poi: «Pentirci di cosa? Quella operazione segreta fu un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di attirare i russi nella trappola afghana e volete che me ne penta? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine afghano scrissi al presidente Carter: ora abbiamo l’opportunità di dare all’Urss il suo Vietnam». Questa affermazione, annota “The AntiMedia”, andava al di là del semplice vanto di avere istigato una guerra e il collasso definitivo dell’Unione Sovietica. Nelle sue memorie, intitolate “From the Shadows“, Robert Gates – ex direttore della Cia sotto Ronald Reagan e George W. Bush, nonché segretario alla difesa sia sotto Bush junior che sotto Obama – confermò direttamente che quella operazione segreta iniziò sei mesi prima dell’invasione sovietica, proprio con l’intento di attirare i russi in un pantano in stile vietnamita. «Brzezinski sapeva esattamente cosa stava facendo. I sovietici si impantanarono in Afghanistan per circa dieci anni, combattendo contro una riserva interminabile di armi fornite dagli americani e di combattenti addestrati dagli americani. A quel tempo i media si Brzezinski con il giovane Bin Ladenspinsero al punto di elogiare Osama Bin Laden – una delle figure più influenti dell’operazione segreta di Brzezinski. Sappiamo tutti come è andata a finire».
Perfino dopo la piena consapevolezza di ciò che era diventata la sua creazione finanziata dalla Cia, nel 1998 Brzezinski fece queste dichiarazioni ai suoi intervistatori: «Cos’è più importante per la storia del mondo? I Talebani o il crollo dell’impero sovietico? Un po’ di musulmani scalmanati o la liberazione dell’Europa Centrale e la fine della guerra fredda?». L’intervistatore, allora, si rifiutò di lasciar passare questa risposta come se nulla fosse, e ribatté: «Un po’ di musulmani scalmanati? Ma è stato detto e ripetuto che il fondamentalismo islamico rappresenta una minaccia per il mondo moderno». Brzezinski troncò questa affermazione dicendo: «Nonsense!». Cose di questo genere, osserva il blog, «succedevano quando i giornalisti facevano ancora domande pressanti ai funzionari di governo, cosa che oggi accade assai di rado». Di fatto, il sostegno di Brzezinski a questi elementi radicali portò direttamente alla formazione di Al-Qaeda, che letteralmente significa “la base”, perché era in effetti la base da cui si lanciava la controffensiva contro l’invasione sovietica che si stava anticipando. «Ciò portò anche alla creazione dei Talebani, la mortale creatura che oggi sta combattendo una battaglia all’ultimo sangue contro le forze Nato».
Inoltre, nonostante le affermazioni di Brzezinski, che cerca di far passare l’idea di una sconfitta definitiva dell’impero russo, «la verità è che, per Brzezinski, la guerra fredda non è mai terminata», sottolinea “The AntiMedia”. «Sebbene sia stato critico riguardo all’invasione dell’Iraq nel 2003, Brzezinski ha mantenuto un forte controllo sulla politica estera americana fino al momento della sua morte: non è una coincidenza che, in Siria, l’amministrazione Obama abbia adottato una strategia del tipo “pantano afghano” contro un altro alleato della Russia: il regime di Assad». Un comunicato divulgato da Wikileaks, datato dicembre 2006 e firmato da William Roebuck, a quel tempo incaricato d’affari presso l’ambasciata americana a Damasco, allude esplicitamente alla possibilità concreta di scommettere su «una crescente presenza di estremisti islamisti». Un po’ come con l’Operazione Ciclone in Afghanistan, sotto Barack Obama «la Cia ha speso circa un miliardo di dollari all’anno per Obamaaddestrare i ribelli siriani, affinché si impegnassero in tattiche terroristiche». E la maggioranza di questi ribelli «condivide l’ideologia fondamentalista dell’Isis e ha l’obiettivo esplicito di stabilire la legge della Sharia in Siria».
Proprio come in Afghanistan, la guerra in Siria ha coinvolto formalmente la Russia nel 2015, e l’eredità di Brzezinski è stata mantenuta viva attraverso gli “avvertimenti” di Obama al presidente russo Vladimir Putin, che avrebbe spinto la Russia verso un altro pantano in stile afghano. «Da chi può aver acquisito, Obama, queste tecniche “alla Brzezinski”, gettando la Siria nell’orrore di sei anni di guerra e di nuovo trascinando una grossa potenza nucleare in un conflitto pieno di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità?». Ecco la risposta: «Le ha acquisite da Brzezinski stesso». Secondo Obama, Brzezinski è stato un suo mentore personale, un «amico eccezionale», dal quale ha imparato moltissimo. «Alla luce di questo, c’è forse da sorprendersi che siano sorti così tanti conflitti dal nulla durante la presidenza Obama?». Un’azione a tutto campo, dal Medio Oriente all’Ucraina: il 7 febbraio 2014, la “Bbc” ha pubblicato la trascrizione dell’intercettazione telefonica di una conversazione tra l’assistente segretaria di Stato, Victoria Nuland, e l’ambasciatore americano in Ucraina, Geoffrey Pyatt. In quella conversazione, i due alti funzionari «stavano discutendo su chi avrebbero voluto piazzare al governo ucraino dopo il colpo di Stato che aveva cacciato il presidente filorusso Viktor Yanukovych».
Ed ecco che Brzezinski stesso, nel suo libro del 1998, “La Grande Scacchiera”, sosteneva la necessità di prendere il controllo dell’Ucraina, dicendo che era «uno spazio nuovo e importante sulla scacchiera euroasiatica, un perno geopolitico, perché la sua stessa esistenza come nazione indipendente implicava che la Russia cessasse di essere un impero euroasiatico». Brzezinski ammoniva contro l’eventualità di permettere alla Russia di prendere il controllo dell’Ucraina, perché «la Russia si riprenderebbe automaticamente i mezzi per tornare ad essere un potente Stato imperiale, con influenze sia in Europa che in Asia». Dopo Obama, Donald Trump è salito in carica con tutta un’altra mentalità, con l’idea di lavorare con la Russia e con il governo siriano per combattere l’Isis. «Non c’è da sorprendersi che Brzezinski non abbia sostenuto la campagna di Trump per la presidenza, e abbia ritenuto che le idee di Trump sulla politica estera mancassero di coerenza», aggiunge “The AntiMedia”. Robert GatesPoi, forse, qualche ripensamento in extremis: l’anno scorso, Brzezinski è sembrato aver cambiato posizione sulla “geopolitica del terrore”, iniziando a sostenere una redistribuzione del potere globale, alla luce del fatto che gli Usa non sono più la grande potenza imperiale di un tempo.
Tuttavia, Brzezinski sembrava ancora ritenere che, senza il ruolo-guida dell’America, il risultato sarebbe stato solo «il caos globale». Pare perciò improbabile che il suo cambiamento di posizione fosse fondato su un cambiamento reale e significativo sullo scacchiere geopolitico. «La stessa esistenza della Cia è fondata sull’idea di una minaccia russa, come è stato evidenziato dall’aggressione decisa da parte della stessa Cia contro l’amministrazione Trump non appena si è delineata una possibile distensione con l’ex Unione Sovietica», conclude “The AntiMedia”. «Brzezinski è morto nella tranquillità del suo letto di ospedale, a differenza di milioni di civili sfollati e assassinati, risucchiati nel suo contorto gioco di scacchi geopolitico, fatto di sangue e follia. La sua eredità è la militanza jihadista, la formazione di Al-Quaeda, il più devastante attacco su suolo americano che sia mai stato fatto da un’entità straniera nella storia recente, e la demonizzazione della Russia come eterno avversario, con il quale la pace non si può e non si deve fare».

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giovedì 15 giugno 2017

dai 5 Stelle nessuna proposta su come rianimare la sanità

I 5 Stelle, cioè il nulla, anche in tema di sanità: non una parola sui vaccini, nonostante il mostruoso decreto Lorenzin con 12 vaccinazioni obbligatorie, e nessuna ricetta in vista per “guarire” la sanità italiana. «Riteniamo che sia fondamentale investire più risorse», scrivono, sul blog di Beppe Grillo, condannando «quello che hanno fatto gli ultimi governi». Chiedono di «investire in aree della politica sanitaria che finora sono state marginali», come «la prevenzione primaria», che serve «a rimuovere le cause note di malattie», anche originate da inquinamento ambientale. Poi c’è il problema risorse umane, medici e infermieri, «che in questi anni sono stati vittime del blocco delle assunzioni proprio come elemento di politica di austerità che ha creato tantissimi disservizi, sacche di precariato, in alcuni casi addirittura sacche clientelari». Meglio invertire la rotta, dicono i pentastellati: «Bisogna investire risorse in questo settore e bisogna anche prepararsi al fatto che molti medici presto andranno in pensione e avremo un fabbisogno di medici specialisti molto alto».
Più posti di lavoro, più turn-over. Ma con che soldi? Non è dato saperlo: lungi dall’assumere una posizione netta e chiara sull’euro, da cui dipende in gran parte l’attuale crisi economica, con ovvi riflessi anche sulla sanità pubblica, i 5 Stelle non Vaccinohanno finora contestato in modo organico l’euro-regime che impone i tagli alla spesa, né hanno mai avanzato proposte su come allentare la stretta di Bruxelles sul bilancio italiano. Preferiscono parlare di una gestione “più virtuosa” dell’immensa spesa farmaceutica, per «liberare risorse che potevano essere investite in altri settori della sanità pubblica, oppure per ridurre i costi a carico dei cittadini». Sempre e solo rimodulazioni delle voci di spesa, all’interno dello stesso budget “inchiodato” dall’Unione Europea: come già per il “reddito di cittadinanza”, che i 5 Stelle finanzierebbero solo con il “taglio degli sprechi”, anche nel caso della sanità non provano neppure a immaginare un bilancio più consistente, liberato dai laccioli del “patto di stabilità” imposto dall’Ue, e si accontentano di chiedere “più informatica” per smaltire le liste d’attesa negli ospedali.
Anche per marcare il loro profilo identitario ecologista, i 5 Stelle segnalano l’importanza di una alimentazione sana nella prevenzione del cancro, ricordando che le ultime ricerche internazionali «le cattive abitudini alimentari sono responsabili di circa 3 tumori su 10», mentre per il Fondo Mondiale per la Ricerca sul Cancro «tra il 30 e il 40% dei tumori potrebbero essere evitati se solo adottassimo una dieta più sana». Di qui la richiesta di una maggiore educazione alla salute, verso un consumo più consapevole. E da parte dei redattori del documento programmatico – Giulia Grillo, Mirko Busto e Giovanni Endrizzi – non manca un’intemerata contro lo “Stato biscazziere”, che ha incaricato i monopoli di pianificare il gioco azzardo come un’industria di massa che coinvolge ormai 30 milioni di italiani, per poi riconoscere l’azzardopatia come una patologia da curare, salvo imporre ai concessionari non il divieto, ma l’obbligo di pubblicità. «Il boom dell’azzardo – scrivono i tre estensori – è avvenuto per una serie di fattori: la selvaggia liberalizzazione, la crisi economica, che ha spinto molte persone a sfidare la sorte per cercare una soluzione alla perdita di reddito, la massiccia pressione pubblicitaria e l’omissione di basilari controlli sulle ricadute sociali, sanitarie, l’infiltrazione criminale. Il programma del Movimento 5 Stelle vuole cambiare strada». Ma, s’intende, senza disturbare chi comanda davvero.

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domenica 11 giugno 2017

il vescovo del male e la fuga dei gerarchi nazisti


Una figura sinistra si aggira nelle pagine dimenticate della storia del Novecento.
Una persona che potrebbe rappresentare il male se non fosse un rappresentante del bene, o di quello che noi siamo abituati a pensare come tale. 
Sacerdote, Vescovo, consultore presso il Sant’Uffizio, scrittore filo-nazista ed artefice della Ratline che permise la fuga di diversi, ed importanti, gerarchi nazisti.
Andiamo con ordine e cerchiamo di ricostruire quest’assurda vicenda dimenticata nelle pagine di qualche libro da mercatino, o peggio ancora negli articoli da ventesima pagina nei quotidiani di qualche anno addietro.


Alois Hudal nacque a Graz il 31 maggio del 1885.
Fu ordinato sacerdote il 19 luglio del 1908 a 23 anni.
Nel 1923 fu nominato rettore della chiesa e dell’ospizio di Santa Maria dell’Anima, chiesa nazionale tedesca nella città di Roma.
Il 4 gennaio del 1930 fu nominato consultore della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio, nome che dovremmo tradurre con Santa Inquisizione.
Il 18 giugno del 1933 fu ordinato vescovo dall’allora cardinale Pacelli, divenuto Papa con il nome di Pio XII.
Il 1933 anno complesso che dobbiamo analizzare insieme.
Il 20 luglio di quell’anno ci fu la firma del Concordato tra il Vaticano, allora retto da Pio XI, e la Germania che si era avviata al Nazismo: ricordo che il 30 gennaio di quell’anno Adolf Hitler fu nominato cancelliere del Reich.
La firma del concordato avvenne in un momento particolare della Germania nazista: il 14 luglio del 1933 fu discussa nel Parlamento tedesco la Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditaria, o che all’epoca si pensavano tali. Dato che il 20 luglio era il giorno prefissato per la firma con la Chiesa Cattolica, si ritenne opportuno posticipare la promulgazione della legge al 25 luglio dello stesso anno, cinque giorni dopo la firma tra Eugenio Pacelli che rappresentava Pio XI e Franz Von Papen che sostituiva il presidente tedesco Von Hindenburg.
Mi soffermo sulla legge promulgata qualche giorno dopo la firma con il Vaticano: tale legge prevedeva la sterilizzazione forzata di persone affette da una serie di malattie ereditarie e degli alcolisti cronici. Il ministero degli interni supponeva un numero pari a 410.000 persone da sterilizzare. In quel periodo una figura, legata alla chiesa cattolica, si elevò a difensore dei poveri e dei disabili, il vescovo Clemens August von Galan. Negli anni successivi fu soprannominato il Leone di Munster in onore della sua forza e resistenza contro il governo nazista.
Non tutti i vescovi, cardinali e Papi si comportarono allo stesso modo, come vedremo in seguito diversi personaggi di spicco si collusero irrimediabilmente con Hitler e le sue folli idee.
Il concordato tra la chiesa cattolica ed il Reich prevedeva delle concessioni al Vaticano in terra tedesca, tra le quali la protezione delle associazioni cattoliche, la garanzia dell’insegnamento della religione Cattolica nelle scuole, la libera distribuzione degli uffici ecclesiastici e l’assicurazione della formazione dei sacerdoti nelle università. In cambio il regime nazista pretese che il clero fosse apolitico e che fosse mantenuto il matrimonio civile prima delle nozze religiose.
L’accordo tra Santa Sede e Germania prevedeva anche il giuramento dei vescovi davanti al governo, che recitava testualmente: davanti a Dio e sui Santi Vangeli, giuro e prometto, come si conviene ad un Vescovo, fedeltà al Reich Germanico e allo Stato. Giuro e prometto di rispettare e di far rispettare dal mio clero il Governo stabilito secondo le leggi costituzionali dello Stato. Preoccupandomi, com'è mio dovere, del bene e dell'interesse dello Stato Germanico, cercherò, nell'esercizio del sacro ministero affidatomi, di impedire ogni danno che possa minacciarlo. (articolo 16 Concordato).
Secondo Pacelli la firma del concordato non implicava il riconoscimento dell’ideologia nazista da parte della curia. Il Vaticano trattava con tutti i partner possibili, anche i regimi totalitari. Dal punto di vista politico, perché il Vaticano è un organismo politico, il concordato divenne una straordinaria linea di difesa per la chiesa cattolica rispetto all’avanzare delle idee comuniste. L’accordo fu salutato da Hitler come la conquista d’ulteriore prestigio internazionale, anche se con il passare del tempo divenne un vincolo scomodo.


La base della neutralità della Chiesa Cattolica durante la seconda guerra mondiale si pose nel luglio del 1933?
Le priorità del Papa, e della santa Sede, furono di impedire l’avanzata delle idee che scendevano come il vento impetuoso da Est?
Torniamo al Vescovo che rappresentava il male in terra, Alois Hudal.
Nel 1937 il primo passo verso l’adesione alle idee naziste: Hudal pubblicò un libro, I fondamenti spirituali del nazional socialismo, che rappresentava l’entusiastica adesione personale alle idee di Hitler. Nel forziere aperto nei primi anni del decennio scorso è apparsa l’edizione con la seguente dedica: al Fuhrer del rinascimento – risorgimento tedesco, al novello Sigfrido della grandezza e della speranza della Germania – Adolf Hitler.
L’anno seguente la Germania nazista invase ed occupò l’Austria. Il cancelliere austriaco, Seyss-Inquart chiese alla Germania di intervenire militarmente in Austria per porre fine ai disordini nel paese. Il 12 marzo 1938 l’esercito tedesco invase l’Austria. Per ordine del cancelliere l’esercito locale non oppose resistenza. Lo stesso giorno la Germania proclamò l’annessione dell’Austria alla Germania. Il vescovo del male non fece attendere molto la sua reazione entusiastica a quest’annessione. Inviò un telegramma alla dirigenza del Reich per congratularsi della buona riuscita dell’Anschluss, termine utilizzato per definire l’occupazione dell’Austria da parte della Germania. La traduzione dalla lingua tedesca è annessione o connessione.
Durante il periodo nazista, il vescovo cattolico Hudal ostentava, vergognosamente, la sua entusiastica adesione al regime. Si premuniva di girare per Roma con un distintivo in oro raffigurante i simboli del nazismo. Non accontentandosi di indossare delle piccole svastiche sopra il vestito da vescovo, fece incorporare il vessillo della Germania nazista sull’auto di rappresentanza.
Le parole potrebbero finire ora. Il giudizio è stato emesso: vescovo del Male. Dobbiamo andare oltre, inseguire la linea del tempo di quegli anni orribili, macchiati dal sangue di tanti innocenti.
Durante la guerra continuò a ricoprire ruoli di notevole importanza nell’apparato del Vaticano. Esistono delle connivenze con gli organi superiori del Vaticano?
Sappiamo che Hudal e Pacelli si conoscevano da molti anni, dai tempi della Germania. Nel 1933 fu proprio Pacelli ad elevare al grado di vescovo Hudal. Alcuni storici cattolici sostengono che Pacelli si allontanò dal vescovo del male: “Hudal non era gradito a Pio XII, che per quattro anni di fila negò udienza. Il vescovo non aveva organizzazione a sua disposizione”. Queste sono le parole di Robert Graham, gesuita e storico per la chiesa cattolica della seconda guerra mondiale.
Il giudizio d’altri storici è nettamente diverso poiché Pio XII era noto per le simpatie verso i regimi autoritari di destra. Pacelli fu vicino ad ambienti conservatori tedeschi, vicinanza dovuta al fatto che dal 1917 fu Nunzio Apostolico in Baviera, anche se non appoggiava il separatismo della Baviera perché riteneva che solo una Germania forte ed unita potesse fungere da baluardo contro il bolscevismo.
La guerra distrugge l’Europa, uccide milioni di persone.
Bombe, proiettili, camere a gas.
Il Vaticano cerca di correre in soccorso di tutte le vittime del conflitto. Il Papa affida alla Pontifica commissione per l’assistenza – la chiameremo PcA – la cura dei profughi e degli ex prigionieri di guerra.
Il nazismo è sconfitto. Hudal non demorde. I gerarchi nazisti debbono essere salvati.
La PcA austriaca, capeggiata dal vescovo del male, rilasciò carte d’identità riconosciute dalle autorità italiane ed alleate. I documenti, in bianco, furono firmati dal Barone Von Froelichsthal.
Alois Hudal si vantò, nelle memorie scritte negli ultimi anni di vita, di aver distribuito migliaia di documenti ad austriaci e tedeschi incorporati nel Reich di Hitler.
Alois Hudal operò in stretta collaborazione con un frate cappuccino, Leopoldo Von Gumppenberg, ex paracadutista dell’esercito, per salvare i gerarchi nazisti.
Pio XII, salito al soglio pontificio nel 1939, prese le distanze da Hudal dicendo. “può agire solo a suo nome e a sue spese”. Papa Pacelli avrà rifiutato contatti diretti con il vescovo del male ed avrà preso le distanze, ma non lo allontanò mai dal corpo della chiesa cattolica.
Quale era l’importanza della PcA?
Quest’organizzazione giocò un ruolo fondamentale nell’ottenimento del titre de voyage che era rilasciato dalla Croce Rossa. I membri dell’organizzazione raccomandavano i personaggi alla Croce Rossa, la quale rilasciava il titolo di viaggio che consentiva l’emigrazione in quei paesi disposti ad accogliere profughi, e gerarchi nazisti, dall’Europa. Nel 1947 la Croce Rossa aveva già rilasciato 25000 titoli di viaggio per l’emigrazione dei profughi europei.
Uno dei paesi maggiormente attivi nell’accoglienza di profughi, gerarchi nazisti in primo luogo, fu l’Argentina di Juan Domingo Peron. Il dittatore aveva creato una rete perfetta per portare nel suo paese i criminali nazisti ricercati dagli alleati. Dal 1947 ai primi anni Cinquanta il terminale europeo della Ratline, linea dei ratti, fu Genova dove esisteva uno speciale ufficio retto da un ex delle SS amico di Peron. A Genova vi era un secondo ufficio che collaborava con quello di Peron, gestito dai cattolici e precisamente da Monsignor Petranovic, che dipendeva direttamente dal cardinale Siri. Questo cardinale divenne famoso dopo la morte di Pio XII per essere stato eletto Papa per il breve trascorrere di un giorno.
Tramite Hudal e la sua organizzazione fuggirono gerarchi nazisti come Klaus Barbie - capo della Gestapo - Franz Strangl - comandante del campo di sterminio di Treblinka - Adolf Eichmann, Eric Priebke e Joseph Mengele: per gli ultimi tre, purtroppo, non servono presentazioni. 
Nel periodo immediatamente successivo alla fine della guerra Hudal collaborò con la rivista Der Weg, che aveva redazione a Buenos Aires, retta da Juan Maler criminale di guerra nazista fuggito grazie all’intervento del vescovo del male. Juan Maler era il falso nome di Reinnard Koops, gerarca nazista di stanza nei Balcani. Der Weg rappresentò il punto di riferimento per gli ex nazisti e i loro sostenitori in tutto il mondo. Juan Maler in una lettera al vescovo afferma che: “Der Weg è l’unica possibilità di mantenere vivi i rapporti e i valori della nostra civiltà cristiana occidentale, in epoca di totale abbandono”.
Nel 1948 apparve su Der Weg un articolo di Hudal nel quale scriveva: “Passerà soltanto qualche anno e inizierà la grande revisione della storiografia tedesca degli ultimi 30 anni, al fine di garantire al nostro popolo diritto e giustizia”. Il vescovo si spinse a dire. “E’ un delitto la distruzione dell’esercito tedesco perché esso è il più disciplinato che la storia abbia mai visto”.
Sempre del 1948 è una lettera, ritrovata presso Santa Maria dell’Anima, che Max Fuhrer, criminale nazista, inviò a Hudal da San Paolo in Brasile. Del 1949 una seconda lettera indirizzata al vescovo Hudal da Walter Tubenthal, dal 1934 al 1945 presidente distrettuale a Treuburg nella Prussia Occidentale.
Il 3 febbraio del 1950 un dirigente della PcA, Monsignor Baldelli, scrive alla Reverenza Eccellenza Alois Hudal per comunicargli la chiusura della PcA Austriaca.
Nel 1952 Hudal perse il posto di rettore del collegio di Santa Maria dell’Anima e diede le dimissioni da ogni incarico. Trascorse gli ultimi anni di vita nel ritiro di Grottaferrata scrivendo le sue memorie, intitolate Romische Tagebucher, in altre parole i Diari Romani. In questi suoi fanatici e farneticanti scritti Hudal non arretrò mai, anzi: “ Era sempre meglio Hitler che la paccottiglia giudeo – bolscevica, la democrazia socialdemocratica o per contro il capitalismo americano”. Difese sino in fondo la sua idea, ricordando che: “Nell’ospedale di Santo Spirito a Roma è morto tra le mie braccia, assistito da me sino all’ultimo, il barone Von Wachter che era ricercato ovunque dalle autorità alleate ed ebraiche. Von Watcher riuscì grazie all’aiuto commovente dei sacerdoti italiani a vivere per mesi a Roma sotto falso nome”.
L’articolo si conclude aprendo una nuova strada. Nell’incedere dei fatti ho nominato la Ratline e il cardinale di Genova Giuseppe Siri: forse non tutti sanno che il 26 ottobre del 1958 sarebbe stato eletto Papa, assumendo il nome di Gregorio XVII.
Pagina che non mancherò di raccontarvi nel prossimo articolo.

Fabio Casalini

Un sentito ringraziamento a Rosella per il lavoro svolto e l'aiuto determinante alla riuscita delle ricerche.

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Bibliografia
Caldiron GuidoI segreti del Quarto Reich, la fuga dei criminali nazisti e la rete internazionale che li ha protetti. Newton Compton Editori. Roma, edizione e-book 2016
Concordato Vaticano - Germania, Libreria editrice Vaticana, 1933
Feldkamp MichaelLa diplomazia Pontificia. Edizioni Jaca Book, Milano 1995
Lai BennyIl Papa non eletto. Giuseppe Siri, cardinale di Santa Romana Chiesa. Laterza editore, Bari 1993
Patti MartinoIl Fuhrer e il prelato, cattolici con la svastica. Articolo apparso sul Manifesto del 6 ottobre 2006
Politi MarcoAnche un ente vaticano favorì i nazisti in fuga. Articolo apparso sulla Repubblica del 29 maggio 1994
Renzetti RobertoSan Francesco e i crimini dei francescani. Tempesta editore, Roma 2013
Wolf HubertIl Papa e il diavolo. Il Vaticano e il Terzo Reich. Donzelli editore. 2008

Illustrazioni
1- Firma del concordato tra la Santa Sede e la Germania. Nella fotografia sono riconoscibili Eugenio Pacelli, futuro Papa Pio XII, Alfredo Ottaviani ed Enrico Maria Montini, futuro Papa Paolo VI.
2- Alois Hudal, il vescovo del male.
3- Eugenio Pacelli tra soldati nazisti all'uscita da un incontro.