martedì 17 aprile 2018

formaggio, santi, per non parlare dell'uomo selvatico


0 - Abstract

Il formaggio. Uno degli alimenti fondamentali per la dieta alpina, ricco di proteine, dalla lavorazione ricca di tappe, e di relativi sottoprodotti. Panna, burro, formaggio, ricotta… Sono tante le fasi intermedie della lavorazione. Il presente contributo vuole indagare antropologicamente il “ciclo del formaggio”, entrando non tanto nelle differenti tipologie di lavorazione, quanto piuttosto nelle tradizioni correlate al formaggio ed ai suoi derivati: dai santi protettori dell’enarpa e della desarpa, ovvero la salita e la discesa dell’alpeggio, sino a san Luguzzone, “protettore” dei formaggi. Senza dimenticare un fenomeno più “pop”, ovvero l’uso della tradizione e dei suoi “stereotipi” (il carretto del formaggio, le mucche che pascolano libere, la sapienzialità delle antiche ricette) in campo pubblicitario. Dalla Robiola Osella sino al Parmigiano Reggiano ed al Grano Padano, simboli enogastronomici dell’Italia nel mondo.


1 - Breve panoramica di formaggio ossolani

Molto importanti nell’enogastronomia alpina, come avuto modo di accennare precedentemente, sono i formaggi. In Ossola il “re” indiscusso dei latticini - anche per via del suo costo, che arriva a superare i 35€/kg - è il Bettelmatt. Si tratta di un cru pregiato della famiglia delle tome della montagna ossolana. La sua zona di produzione è l’alta valle Formazza, con pochi alpeggi riconosciuti ufficialmente e che possono effettivamente marchiare Bettelmatt, e si prepara con latte vaccino. Presenta una pasta molle ed untuosa, prodotta solo d’estate con una tecnica molto simile a quella del gruvyere. Il latte, scaldato a circa 40°C in caldaia di rame, viene cagliato in 20-35 minuti e rotto in grumi grandi quanto un pisello, lasciata riposare e quindi cotta. Con una tela si raccoglie il deposito, lo si pone in una fascera. lo si fa raffreddare e lo si torchia per 12-24 ore. A questo punto la forma o viene messa in salamoia per 10-15 giorni, oppure viene salata a secco, per essere quindi messa a maturare per minimo un paio di mesi.
Oltre al Bettelmatt da citare la grande famiglia dei grassi d’Alpe, mezzapasta o spress. Anche in questo caso si tratta di un formaggio di latte vaccino, con una pasta tenera ed elastica, ottenuto scremando parzialmente il latte per asciugare il formaggio il più possibile. Si coagula quindi a 30°C. si procede ad una prima rottura della cagliata, si semicuoce la pasta e, quando questa si deposita sul fondo, si procede ad una seconda rottura della cagliata. Dopo questo procedimento la massa va messa nelle apposite fascere, dove viene pressata per alcune ore. La due facce vengono quindi salate a secco e le forme vengono sistemate in locali aereati, ad una temperatura tra i 12°C ed i 15°C. La stagionatura avviene in tre o quattro mesi, ma può arrivare fino all’anno, persino 14 mesi. La differenza di stagionatura ha effetti sulla crosta, che si presenta in diverse variazioni di marrone: da quello più chiaro al bruno. Una piccola e breve considerazione su questo formaggio e sulla sua valorizzazione: negli anni scorsi, grazie ad un progetto della Provincia del Vco, in occasione delle feste si erano aperti, proprio per promuovere questa eccellenza gastronomica, degli “spress-bar”, che giocavano, anche nel nome, con il tipico formaggio ossolano, la velocità del servizio - quasi “e-spress” - e la moda crescente degli aperitivi.
A questo si aggiunge il formaggio Ossolano, che proprio nel 2017 ha ottenuto il riconoscimento della Dop. La sua area di produzione è appunto quella dell’Ossola e delle sue sette vallate laterali: si tratta di un formaggio semigrasso o grasso a pasta dura e semicotto, prodotto con latte intero bovino.Si tratta di un formaggio storico: le sue prime attestazioni risalgono infatti a poco dopo l’anno Mille.
Slow food riconosce anche tra le eccellenze il Caprino ossolano, a pasta morbida e compatta prodotto in tutta l’Ossola. Naturalmente un tempo la produzione di formaggi, un tempo florida in tutta l’area, venne abbandonata sin quasi all’estinzione, fino alla ripresa grazie ad allevatori - casari di origine lombarda che hanno reintrodotto la produzione. Si tratta di un classico caprino di montagna, prodotto da marzo a novembre, facendo inacidire e raffreddare il latte crudo fino a 18°C. Si passa così all’aggiunta del caglio trasferendo la cagliata in formelle per poi procedere alla salatura a secco ed il completo spurgo del siero. la maturazione avviene in tre giorni, quando si forma una buccia sottile bianca o giallo paglierino (cfr Slow Food, 2012).


2 - L’andare in alpeggio

L’alpeggio, o meglio l’andare all’alpe è sempre stato uno degli eventi calendariali più importanti in ambito alpino. Questo perché, come solitamente si spiega ai bambini piccoli, rappresentava un po’ la “vacanza” delle mucche. Vacanza, virgolettato volutamente, perché in realtà corrispondeva ad un periodo di superlavoro per l’alpigiano, che si trovava costretto a seguire i ritmi del bestiame, in mandrie che, spesso, comprendevano gli animali di più famiglie.
Andare all’Alpe era un vero e proprio viaggio, pericoloso sotto certi aspetti. In primis perché si andava nella natura poco antropizzata, pertanto era necessario avere dei santi che facessero “da marca” - ovvero creassero un tempo “benedetto” per compiere questa traversata. E, guarda caso, si tratta di due santi sauroctoni, ovvero che uccidono serpenti - o diavoli -, precisamente san Bernardo da Mentone o da Aosta (canonizzato il 20 giugno) e Michele Arcangelo (29 settembre). Questo era il periodo fausto per potersi recare all’Alpe, per intraprendere il viaggio nella wilderness per portare le mucche a pascolare e nutrirsi di erba migliore. Ed il motivo per cui la salita e la discesa dall’alpe (rispettivamente enarpa e desarpa) è protetta da questi due santi è molto semplice: si tratta della volontà di porsi sotto la protezione di due santi che, nella loro iconografia, “dominano” la natura. San Bernardo, che tiene incatenato, rendendolo quindi innocuo, un diavolo / uomo selvatico / serpente, simbolo della natura selvaggia, dei suoi pericoli. E questi pericoli vengono addirittura uccisi dall’arcangelo Michele, sotto la cui protezione si scende dall’alpeggio per tornare nelle consuete abitazioni: il formaggio prodotto che viene portato a casa verrà venduto o consumato e sarà un ottimo viatico per passare l’inverno. Come una lancia che trafigge il drago inverno.


3 - San Luguzzone

Oltre ai santi sauroctoni esiste anche un santo patrono dei casari, delle mandrie e dei pastori, rappresentato con una forma di formaggio al fianco. Si tratta di san Luguzzone, ovvero il martire Lucio di Cavargna, canonizzato il 12 luglio. La sua storia è molto singolare: secondo la sua agiografia del 1861, sul lago di Como, precisamente a Cavargna, viveva, nel XII-XIII secolo, un pastore di nome Lucio. Un pastore che «non temeva le infuocate canicole, tempi piovosi, ed ogni intemperie delle stagioni; pazientava il salire sui monti, il calare nelle valli, il vivere nei boschi, sempre attento alla guardia commessagli degli armenti; e come se fosse istrutto dalle pecore e dal latte che maneggiava, tal era obbediente e arrendevole alla grazia del suo stato. Faceva in somma tutto ciò con tal esattezza, che in breve anche per una strada abietta poté giungere ad un termine glorioso di cristiana pietà e soda virtù del Vangelo».
Lucio si dimostrò un pastore molto attento anche al contesto sociale: non esitava, infatti, a donare prodotti ai poveri, cosa che gli costò il posto. Non si trattava naturalmente di furto - mai un santo potrebbe rubare! -: era talmente abile nelle sue doti di pastore da riuscire a produrre, con il siero di latte - che normalmente viene buttato - della mascarpa che donava ai poveri. Il suo “padrone”, però, temendo furti, decise di licenziarlo. «Appena scacciato San Lucio dalla prima casa con tanta empietà del padrone - prosegue l’agiografia -, quasi fosse entrata in quella casa la carestia, andava di giorno in giorno impoverendosi l'avaro di pecore e di latte e d'altri suoi averi. All'opposto entrato il santo nella seconda casa con tanta cortesia di quell'altro padrone, quasi in essa fosse entrata con lui l'abbondanza, andava ogni dì arricchendosi; crescevano le sue pecore ne' prati; estratto il latte, si riempivano lor le poppe, coagulando il latte, si ricavava duplicato il cacio, tagliandosi questo in pezzi o ai compratori o ai poveri, le forme si ritrovavano ancora intere: tutto ciò con somma confusione dell'avarizia del primo padrone, in premio della buona grazia del secondo, e in fine a chiara gloria e guiderdone anche temporale della carità del nostro Santo. Collo strepito di un tale miracolo siccome più si accreditava il nome di Lucio presso degli altri, così sempre più contro di lui cresceva il furore del primo padrone, il quale (...) smaniava di sdegno per la sua disgrazia, e si rodeva d'invidia per la buona sorte dell'altro (...) e armato il fianco di coltello omicida, andava in giro per tutti quei luoghi, dove era abitudine del Santo di portarsi».
San Lucio venne martirizzato dall’invidia del suo primo padrone: una morte particolare che non entra nei canoni tipici del martirio - ovvero quando un santo viene ucciso a causa della sua fede o per preservare la sua integrità. Questa la spiegazione che troviamo nella sua già citata agiografia: «Si potrebbe qui cercare se la morte di San Lucio sia vero martirio; perché non fu data in odio del Vangelo, né sostenuta per difesa della Fede. Ma il gran Dottor delle scuole, San Tommaso ne toglie ogni difficoltà, col dir che basta per il martirio il soffrire con intrepidezza la morte, al fine di sostener con essa una di quelle virtù che ci furono raccomandate da Cristo (...). È vero che il barbaro omicida non lo uccise per odio contro la Fede, ma lo uccise però per odio contro il suo santo operare, contro le sue massime, contro la sua carità. (...) siccome il Battista dicesi Martire dello zelo, della pudicizia Agnese, egli a ragione si può chiamare Martire della carità».
L’iconografia del santo è particolare: la prima raffigurazione la troviamo già nel 1280, pochi anni dopo la morte, in un pilastro della cattedrale di san Lorenzo a Lugano e reca in mano un coltello ed una forma di formaggio, suo attributo principale.


4 - Uomo selvatico

Quello che faceva san Luguzzone, ovvero utilizzare e riciclare anche gli ultimissimi scarti della caseificazione trasformando il siero in mascarpa era una peculiarità anche degli uomini selvatici, figure cardine delle tradizioni alpine. Si tratta delle personificazioni delle entità naturali, che sono molto particolari ed ambivalenti. Hanno infatti le fattezze di uomini pelosi - l’iconografia più conosciuta è forse quella dell’Homo salvadego di Sacco in Valtellina -, diffusi in ambito alpino ma anche in tutto il mondo nelle forme di Yeti piuttosto che Bigfoot. Rappresentano la selvatichezza, l’uomo che vive a stretto contatto con la natura non antropizzata, in armonia con essa. La sua figura veniva venerata in passato come divinità della natura e per questo venne sussunta nella liturgia cristiana (pensiamo a san Giovanni Battista, raffigurato vestito di pelli proprio come un uomo selvatico) ed addirittura inglobata nelle chiese, come ad esempio nelle guglie del Duomo di Milano. Il personaggio è entrato molto anche nel folklore, sotto forma di uomo di protagonista del rito della Giubiana di Canzo, l’ultimo giovedì di gennaio, piuttosto che in alcuni carnevali, assumendo la forma di orso (che viene sbarbato, quindi antropizzato), ad esempio a Mompantero dove l’animale - simbolo della selvatichezza - viene cacciato e fatto ballare.
Sono molti gli spunti di riflessione che l’uomo selvatico può fornire, ma un aspetto della sua storia è senza dubbio particolarmente interessante. E’ stato lui ad insegnare agli alpigiani a fare il formaggio e le sue varie fasi di lavorazione. Un sapere che ha trasmesso volentieri ma, a causa del comportamento scorretto degli uomini - solo in parte. Mi spiego meglio: a seconda delle leggende che troviamo l’uomo selvatico si allontana dagli uomini o perché viene scacciato, oppure semplicemente perché - come nella leggende dell’uomo selvatico tramandato in Trentino, nella zona dei Mocheni - gli uomini non volevano conoscere altro. Questa leggenda è particolarmente strana: il personaggio chiede agli uomini se vogliono conoscere altri segreti, ma loro rispondono che l’aver imparato a fare il formaggio è abbastanza. E così l’uomo selvatico se ne va, quasi adirato: «Aveste desiderato di conoscere altro vi avrei insegnato altro, ovvero fare cera con il siero del latte. E così sarei stato liberato». La leggenda, però, non spiega da cosa. E’ lecito ipotizzare che fosse vittima di un maleficio stile La bella e Bestia, ma il folklore non è più specifico.
Aspetto fondamentale e comune a tutte queste tradizioni è il fatto che l’Uomo selvatico è il portatore del sapere caseario, soprattutto dell’ultimo segreto, ovvero quello di trasformare il siero in cera. Un potere stile quello di Re Mida, poiché la cera era un bene molto prezioso, soprattutto in un periodo - quello della tradizione - dove l’ìlluminazione era basata sul fuoco, con candele e lampade.

5 - La musealizzazione

Il timore della perdita della memoria - il cui eponimo, in tempi moderni, è lo zombie (Cfr Ciurleo - Piana, 2016) - è una delle caratteristiche degli ultimi anni del Novecento e di questo inizio millennio. Una reazione, se vogliamo, al “dumping culturale” degli anni ’50 e ’60 del Novecento: due decenni che segnarono la fine di molte tradizioni (e se vogliamo anche la quasi scomparsa del dialetto). Salvo poi la loro rinascita - spesso inaspettata - ad opera in molti casi di giovani, che assumono o riprendono il ruolo di “demiurghi” della tradizione. E spesso ad opera dei giovani - complici anche i finanziamenti regionali o dei bandi delle varie Fondazioni - sono nati, a partire dagli anni ’90, anche numerosissimi musei etnografici (che in alcuni casi a sproposito - ma naturalmente non è il caso di quello del Lago d’Orta - assumono la definizione di “Ecomuseo”). In molti casi i musei, in realtà, non sono veri musei, ma una sorta di “svuotacantine senza possibilità di acquisto”, con attrezzi agricoli (in primis rastrelli) appesi in maniera patologica alle pareti. Ma in alcuni casi, fortunatamente, la ricostruzione è ben fatta ed ha una valenza scientifica piuttosto che collezionistica. E’ questo il caso del museo della Latteria turnaria di Casale: un museo che racchiude reperti proprio inerenti il ciclo del latte. La latteria fu costituita nel 1872, e cessò la sua attività nel 1941 (a causa dell’obbligo di denuncia dei prodotti caseari) per poi chiudere definitivamente i battenti anche a livello formale nel 1995, sciogliendo il consorzio gestore. L’amministrazione comunale decise così di trasformarlo in museo, che venne inaugurato nel 2014. Un museo che conserva anche reperti dell’immateriale, con interviste fruibili in cuffia da alcuni tablet.

6 - Tra carretti della Robiola Osella e mucche infiltrate

Ultimo spunto di riflessione che propongo è quello relativo al marketing, al mondo della pubblicità. La tradizione, come dimostrato più volte (cfr Ciurleo, 2013; Ciurleo - Piana, 2016), è un valore aggiunto che legittima un aumento di prezzo. Il consumatore è “fisiologicamente” disposto a spendere di più per un prodotto che richiama - anche inconsciamente con l’abbinamento dei colori - il mondo della tradizione. 
Questo è stato sfruttato moltissimo in ambito pubblicitario. Analizzerò brevemente solo alcune pubblicità di latticini. Ad esempio una vecchia pubblicità delle mozzarelle Francia, dove il proprietario dell’azienda, seguendo l’esempio di “metterci la faccia” portato avanti con successo da Giovanni Rana, spiega che la produzione delle sue mozzarelle è portata avanti seguendo la tradizione. Tradotto: non meccanizzazione ad oltranza, quanto piuttosto un giusto dosaggi di quel saper fare che rappresenta il valore aggiunto dei prodotti artigianali. Il secondo esempio è quello del Parmigiano Reggiano: siamo sul finire degli anni ’90 e il consorzio del formaggio simbolo dell’Italia nel mondo produce una serie di spot in cui si valorizza il “controllo” delle materie prime - cosa che oggi, a vent’anni di distanza, è diventata un must, pensiamo ad esempio alla linea di prodotti Origine di Coop Italia. Le scenette, divertenti, vedono i goffi tentativi di una mucca di entrare nell’esclusivo “club” delle mucche che producono il latte utilizzato per il Parmigiano. Ma il contadino non le permette di entrare perché “no so cosa mangi”...
Ultimo e breve esempio che voglio citare è quello della Robiola Osella, la cui pubblicità, a distanza di anni, non è significativamente cambiata. A parte il claim e le immagini del prodotto, la pubblicità, da oltre una ventina di anni, si chiude con il passaggio del carretto. Un carretto - a trazione animale - che richiama quel passato mitico della tradizione. E che richiama, se vogliamo, il nonno di Heidi, archetipo dell’alpigiano (e tutti lo conoscono come Vecchio dell’Alpe, un po’ burbero come un uomo selvatico): colui che sa fare il formaggio e portatore di quella sapienzialità antica che permette di conoscere le erbe migliori per far tornare il latte alle bestie (e salvare così Bianchina).

Luca Ciurleo

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Bravo, Gian Luigi, 2001 - Italiani, Meltemi, Roma

Cattabiani, Alfredo, 1993 - Santi d’Italia, Rizzoli, Milano

Ciurleo, Luca, 2013 - Tradizioni di pastafrolla, edizioni Ultravox, Domodossola

Ciurleo, Luca - Piana, Samuel, 2016 - Ciboland, Landexplorer edizioni, Boca

Grimaldi, Piercarlo, 1996 - Tempi grassi, tempi magri, Omega edizioni, Torino

Sitografia


LUCA CIURLEO

Luca Ciurleo, classe 1983, laureato in Antropologia culturale ha compiuto, nel corso degli anni, diverse ricerche sulla realtà etnologica ossolana, in particolare sugli alberi rituali, sui falò solstiziali e su alcune comunità, quale Piedimulera e Vogogna. 
Ha al suo attivo una decina di volumi, tra cui “Da Abissinia a Cappuccina” (con Antonio Ciurleo, 2006), “Walter Alberisio: una vita per la poesia” (2007), “Gente di paese, paese di gente” (2010), “Tradizioni di pastafrolla” (2013), “Quarant’anni di Coro Valgarina” (2014). 
Collabora con la Fondazione UniversiCà di Druogno, ha insegnato Antropologia dell’alimentazione alla Scuola Made di Lucca ed ha tenuto diverse conferenze relative all’Ossola, anche ad Expo 2015. Tra le sue ultime ricerche: spunti antropologici nella cultura pop, antropologia dell’alimentazione e nuove prospettive alimentari. Dal 1998 collabora con il settimanale Eco Risveglio. 

Grillo e Casaleggio: da Washington a Roma



di Gianni Lannes

Telecomandati dallo zio Sam. Dieci anni fa, in gran segreto Beppe Grillo accompagnato da Roberto Casaleggio, incontrò a Roma in via Veneto, presso la nota ambasciata il diplomatico Ronald Spogli. Il padrone per atto notarile di m5s, tuttavia, non ha mai detto nulla a fans e adepti, circa questo colloquio ravvicinato con chi comanda davvero nel belpaese dall'8 settembre 1943. Pochi mesi dopo, singolare coincidenza, spuntava dal nulla l'eterodiretto movimento 5 stelle che prometteva di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. Oggi invece la nuova aspirante casta brama esclusivamente la poltrona di Palazzo Chigi, ed è pronta a fare accordi con qualunque partito. Altro che programmi per il bene comune. A Washington, come sempre, serviva un partito di finta opposizione per sterilizzare la protesta popolare e impantanarla in un vicolo cieco. Non è un caso se Di Maio - anche se non parla l'inglese - sia passato più d'una volta dai padroni anglo-americani per la benedizione di rito. Altro che "non governo": a conti fatti l'Italia non ha alcuna sovranità.


riferimenti:


martedì 10 aprile 2018

lui è tornato... cit. parte 2°


La serata era andata bene, LUI aveva riscosso successo, 3 ore a braccio facendo saluti romani, proclami e promesse. Fuori c'era stata la guerra civile, feriti da entrambe le fazioni, detriti e sanpietrini come non ci fosse un domani, come stelle filanti in una discarica (cit.).
LUI era rimasto tutta la notte a gridare, fiero, orgoglioso di essere un vero italiano, però...
Quando tutti gli ospiti se ne erano andati, dopo aver fatto mille e più selfi con donne e bambini, dopo aver firmato autografi a passatisti in erba, si ritrovò improvvisamente solo come un cane.
LUI era stato un grande mattatore quella sera, ma aveva capito di essere rimasto solo con se stesso.
Senza più nessuno davanti che stimolasse il suo ego, senza più nessuna maschera, quale uomo era, chi era diventato?
Cadde in una pesante depressione, mentre saliva nella sua camera da letto. Aveva scelto la stanza imperiale, gli piaceva tutto ciò che gli ricordava l'Impero. Iniziò a spogliarsi davanti allo specchio.
Si guardò per un'ora completamente nudo, senza filtri, senza più barriere e si chiese: "ma io chi cazzo sono???". Non sapeva più chi fosse, non si riconosceva più allo specchio, non capiva il mondo che lo circondava, iniziò ad andare a ritroso nel tempo, quando era ancora socialista, prima di tradire le sue origini ed iniziò a capire gli errori, i crimini, il passato, il presente e finalmente vide la luce.

LUI VIDE LA LUCE!!!
"Dux mea Lux", esclamò a voce alta come un mantra per ben 12 volte, ma nulla da fare, non riusciva più a caricarsi, ed allora iniziò a piangere, triste ed affranto iniziò ad adagiarsi sul letto stremato e disperato.
"Che dormita...", erano già le 14, fuori il sole sembrava aver cancellato la buia giornata bellicosa, sembrava quasi un pomeriggio di primavera.
Era come morto e rinato, qualcosa era cambiato, cosa era successo durante la notte?
Aveva fatto un sogno strano, uno di quei sogni lucidi e vividi da far spavento per realismo.
Aveva sognato un carro funebre che portava una salma senza volto, un ometto indefinito di mezza età accompagnato da persone vestite di nero che lo seguivano bendate. Poi un temporale, la pioggia sembrava vera, la sentiva nelle ossa mentre camminava lungo quella strada che portava verso un fiume verde. Il corpo venne adagiato sul letto del fiume e rimase a galla fino a quando sparì come un puntino all'orizzonte.
LUI nel sogno era spettatore e si ricordò di quel gatto, grosso, rosso e sornione che lo puntava e gli parlava senza parlare, come se comunicasse telepaticamente.
Fu quello il momento di rottura con il passato, in pochi secondi si rese conto di essere morto e rinato, di non essere più LUI, ma di essere un altro, di essere cambiato, di essersi guardato dentro e di aver riscoperto la sua anima socialista più pura. Non riusciva a capire cosa fosse successo nel sogno, ma al suo risveglio tutto gli sembrò chiaro, come lo avesse sempre saputo... Era confuso, felice e un po' disperato.
Il gatto rosso era seduto ai piedi del letto al suo risveglio, lo guardava e sbadigliava, forse aveva fame, forse voleva solo del latte, ma ad un certo punto salì sulla finestra e se ne andò via.


LUI era cambiato, decise di non presentarsi per l'adunata che aveva organizzato per il pomeriggio, voleva travestirsi per sfuggire ad un destino che non gli apparteneva più.
Nell'armadio aveva trovato una vecchia parrucca bionda dimenticata, la indossò e si truccò per passare inosservato in mezzo alla folla che lo aspettava sotto il balcone e fuori dall'albergo.
Rubò dalla stireria vestiti da donna, si cambiò fino a sembrare un vecchio laido travestito, era quasi pronto per affrontare una nuova vita.
"DUSCE... DUSCEEE...", la piazza era gremita, la gente spingeva, l'aria si faceva pesante, nessuno si presentava, aveva paura di non riuscire a sfuggire alla massa che trepidava per LUI, ma lui non era più LUI, lui era cambiato e girava pure vestito da donna.
Poi uscì fuori e qualcuno lo vide arrivare barcollando sui tacchi.
"FROSCIO... FROSCIOOO...", senza riconoscerlo la gente iniziò ad inveire verso questo ometto vestito da donna che si presentò fuori dal portone dell'Hotel.
"E chi è sto finocchio? Ma guardatelo, se lo vedesse il DUSCE sai che gli farebbe?".
"Pervertito, non ti vergogni a passeggiare vestito così in mezzo a noi che aspettiamo LUI???"
"Meniamolo, anvedi sto froscione, vecchio, laido e puzzone"...
"Muori zecca comunista, muoriii"...

Fu così che LUI, vestito da donna, prese un sacco di botte dai suoi più accaniti fan che lo aspettavano ansimanti, ma in fondo gli era pure andata bene, sarebbe potuto morire e nessuno lo avrebbe riconosciuto. E' proprio il caso di dire che, talvolta, l'abito fa il monaco.
Tutto indolenzito, con un occhio nero e l'altro rosso, con i vestiti stracciati e pieno di lividi e tumefazioni su tutto il corpo, si mise sul ciglio della strada per fare l'autostop, tanto oramai non aveva nulla da perdere e non aveva più nessuna meta.
Fu raccattato da una famiglia di etiopi che gentilmente gli diede un passaggio lontano, lontano nel tempo...
Nessuno lo rivide più, solo il gatto rosso sornione lo salutò a modo suo guardando la macchina allontanarsi.

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.it/

lui è tornato... cit. parte 1°


Siamo in presenza di rigurgiti fascisti, si odono tonfi e grida scomposte provenire dai bassifondi delle città, sono nascosti in vicoli bui, e tra lacrimogeni, dietro la polizia, la città brucia.
Manifestanti in festa ed alcuni in guerra si scontrano per affermare le proprie idee, i propri valori.
La città guarda, si indigna, si vergogna, si fa bella, si fa brutta e benpensanti puntano il dito verso antagonisti cattivi che mettono a ferro e fuoco il loro micro-cosmo.
Poi lo scontro, violento, gratuito, necessario, criminale, giusto, sano, malato, antico, moderno tra manifestanti e forze dell'ordine. Sangue, vetri rotti, lacrime e sputi, occhi torvi, rabbia, botte, feriti, arrestati... Bombe carta!!!
Dal Bar Savoia un vecchio spettatore con tazzina di decaffeinato in mano che urla: "ecco son tornati gli anni di piombo, sono tornati gli scontri, antifascisti contro le forze dell'ordine e dietro i fascisti, ma andate tutti a lavorare...".
Dalla finestra una signora sui 60 che dice ai ragazzi: "non mollate, però non esagerate che sotto c'è anche la mia auto".
Un tassista siciliano, rimasto incastrato nel traffico, decide di aggirare il corteo e di infilarsi contromano in via Matteotti per aggirare l'ostacolo.
Ecco, il tutto viene percepito come ostacolo da chi lavora e produce, ma poi cosa produce e, soprattutto, per chi produce?

A bordo del taxi c'è un ometto intubato in un palto' nero che osserva silente e non dice nulla, rimane con il broncio quasi fosse un monolite precolombiano, indossa una tuba che gli copre una lucida pelata fresca di aftershave. Si affida al suo fido nocchiero dal tassametro d'oro che lo guarda dallo specchietto con aria interrogativa, chiedendosi :"ma questo io lo conosco...".
Il taxi supera il cordone della polizia che bloccava i manifestanti ed arriva presso un vecchio Hotel dietro Piazza della Costituzione, l'ometto scende, paga e saluta.
Ad aspettarlo vecchie cariatidi in frac, militari dall'occhio di vetro, cardinali equivoci, alcuni giornalisti, passanti rancorosi, ultras tatuati omosessuali, qualche mamma in sovrappeso e un bambino con le lentiggini che lo guarda e dice: " LUI E' TORNATO..."
L'ometto con fare volitivo, ma sempre in perenne silenzio, attraversa il tappetino di rose preparato per il suo arrivo ed approda in una sala conferenze che sembra un teatro degli anni 20, stile liberty, un po' decadente e con una forte puzza di fosse biologiche proveniente dai vecchi bagni di servizio dietro il palco. Un rullo di tamburi ed una fanfara stonata accompagnano la sua entrata, si accendono le luci, la platea è gremita, una folla lo acclama e lo saluta festante...
LUI E' TORNATO...


Fuori l'inferno, scontri tra antagonisti e fascisti, tra antagonisti e polizia, qualcuno tira una bomba che esplode vicino ad una volante in fiamme, i fascisti dietro il cordone della polizia aizzano gli antifascisti che avanzano e rompono il cordone.
Botte da orbi, salta la luce, tutti contro tutti, un gatto rosso passa tra le gambe dei facinorosi e rimane incastrato dentro un bidone della spazzatura, qualcuno solleva il bidone per gettarlo in testa all'avversario e il gatto scappa rifugiandosi nell'androne del palazzo accanto.
Salvo per un pelo, si gira ed osserva con occhi felini lo scontro di civiltà e corre verso Piazza della Costituzione, attirato da uno strano odore di fosse biologiche che scambia erroneamente per cibo.
Si infila nelle cucine dell'Hotel ed arriva dietro al palco dove l'omino sceso dal taxi si prepara a parlare.
Una folla felliniana si commuove ed incredula si interroga se lui è proprio LUI veramente e non un becero imitatore da format televisivo.
L'ometto si toglie il cappello, si apre il palto', si sbottona la camicia, si tira su le maniche, mostra il mento e, finalmente, saluta la pletora adorante.
"E' lui, è lui, è veramente tornato..." ansima Donna Maria che ha un leggero mancamento, il marito si commuove e si asciuga il volto, "E' uguale a lui", grida un signore con pizzetto dannunziano.
"Ma si che è lui, non lo avete ancora capito"?...
"E' LUI, E' LUI... siii adorooo, mmm...", una ragazza ha un forte orgasmo mentre stringe il braccio del suo forzuto compagno anche se pensa a LUI.
Un grande applauso come una cascata esplode quando l'ometto saluta la platea e si inchina come un teatrante alle prime armi.
Le luci si fanno più basse, un corno inglese sul lato diffonde una lenta melodia miliziana di sottofondo e il gatto rosso dal loggione si gode lo spettacolo.

"Sono tornato, sono qui tra voi, so che mi avete evocato, sognato, agognato, desiderato, e allora eccomi qui nell'anno domini 2018 per risollevare il destino di questa grande nazione... 
Per prima cosa da oggi dovrete denunciare qualsiasi persona che si professi antifascista e che sia comunista, dovrete segnalare conoscenti, amici e qualsiasi persona sospettata di lavorare per il nemico."
La folla esultante impazzisce mentre lui arringa fiero e volitivo, la gente si strappa le mutande, chi si strappa il perizoma, e tutti in coro con braccia tese gridano Dusce, DUSCE, DUESCEEE...!!!
Il gatto rosso sbadiglia e si appisola su una poltroncina sognando un'aringa affumicata del nord.

Continua...

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.it/

giovedì 5 aprile 2018

Odifreddi: Scalfari e il Papa, Repubblica stampa fake news

Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa. Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia. Dopo la sua lettera a Scalfari, papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per “Repubblica”, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso.
Fin qui tutto bene, o quasi: in fondo, chiunque ha diritto di abiurare il proprio passato di “uomo che non credeva in Dio” e diventare “l’uomo che adorava il papa”, andando a ingrossare le nutrite fila degli atei devoti, o in ginocchio, del nostro paese. Il Piergiorgio Odifreddifatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su “Repubblica” il 1° ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica. Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente «stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro» (una scena probabilmente mutuata da “Habemus Papam” di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste.
Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, «alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette». Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo “Repubblica”. Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate. Sicuramente Bergoglio non è un intellettuale raffinato: l’operazione (fallita) di pochi giorni fa, di cercare di farlo Bergogliopassare ufficialmente per un gran pensatore, suona appunto come un’excusatio non petita al proposito, e non avrebbe avuto senso per il ben più attrezzato Ratzinger (il quale tra l’altro se n’è dissociato, con le note conseguenze).
L’avventatezza di papa Francesco l’ha portato a circondarsi autolesionisticamente di una variopinta corte dei miracoli, dal cardinal Pell alla signora Chaouqui, e Scalfari è forse soltanto l’ennesimo errore di valutazione caratteriale da parte di un papa che non si è rivelato più adeguato del suo predecessore ai compiti amministrativi. Non bisogna però dimenticare che Bergoglio è comunque un gesuita, che potrebbe nascondere parecchia furbizia dietro la propria apparente banalità. In fondo, un minimo di blandizia esercitato nei confronti di un ego ipertrofico gli ha procurato e gli mantiene l’aperto supporto di uno dei due maggiori quotidiani italiani, che è passato da una posizione sostanzialmente laica a una palesemente filovaticana. Se da un lato Bergoglio può ridersela sotto i baffi dell’ingenuità di uno Scalfari, che gli propone di beatificare uno sbeffeggiatore dei gesuiti come Pascal, dall’altro lato può incassare le omelie di un Alberto Melloni, che dal 2016 ha trovato in “Repubblica” un pulpito dal quale appoggiare le politiche papali con ben maggior raffinatezza, anche se non con minore eccesso di entusiasmo. A little goes a long way, si direbbe nel latino moderno.
Rimane il secondo problema, che è perché mai “Repubblica” non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore. Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake newsScalfarinon solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche «non ci sono fatti, solo interpretazioni», ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale.
Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Dire che il papa crede all’esistenza dell’Inferno è ovviamente una notizia vera, ma sbattuta in prima pagina lascerebbe indifferenti la maggior parte dei giornalisti e dei giornali. Per questo Scalfari scrive, e “Repubblica” pubblica, che il papa non crede all’Inferno: perché altri giornalisti e altri giornali lo rimbalzino per l’intero mondo. Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui, nella Giornata Mondiale del Fact Checking.
(Piergiorgio Odifreddi, “Le fake news di Scalfari su papa Francesco”, dal blog di Odifreddi su “Repubblica” del 2 aprile 2018).

fonte: http://www.libreidee.org/

giovedì 29 marzo 2018

pellegrinaggio laico: i luoghi di Darwin


Per chi come me si può tranquillamente dichiarare un adoratore di Charles Darwin e del lavoro della sua vita, lavoro scientificamente impeccabile e genialmente intuitivo che ha permesso all’umanità tutta di compiere uno straordinario balzo in avanti sul terreno della conoscenza, va da sé che il massimo modo per rendere omaggio ai luoghi della sua vita sarebbe fare il giro del mondo in barca, toccando gli straordinari luoghi da lui visitati negli anni dal 1831 al 1836.
E questa è la prima considerazione da fare, per i tanti di noi che faticano a muoversi dal cortile di casa e pensano di poter capire tutto senza fare lo sforzo di muoversi ed andare a vedere le cose lì dove accadono. Delle tante, forse questa è la prima lezione che ci ha lasciato Sir Charles: per iniziare a comprendere gli straordinari meccanismi che regolano la vita sulla terra dovette fare il giro del mondo.
Il suo fantastico viaggio a bordo della Beagle gli fece intuire che tutti gli esseri viventi, le loro forme e le loro caratteristiche seguivano delle regole complesse ma precise, chiare, ricostruibili e comprensibili alla mente umana. Senza osservare dal vivo l’immensa varietà della vita sulla Terra non avrebbe probabilmente mai iniziato a pensarci.


Ma poi ci mise vent’anni per capire davvero tutte quelle regole e trovare il modo di spiegarle e dimostrarle all’umanità intera. E furono anni di studi, discussioni, dispute, polemiche, dubbi e ricerche.
Mettendo un attimo da parte il giro del mondo, obiettivamente un po’ più complesso da realizzare, un pellegrinaggio laico nei luoghi della sua vita e della sua meravigliosa parabola scientifica deve ben cominciare da Londra. E tanto per iniziare dalla fine, dal luogo della sua sepoltura.
Dopo una vita passata fra polemiche e contestazioni anche feroci alle sue idee da parte di tanti ambienti accademici e a maggior ragione delle autorità religiose, ebbe poi i funerali di stato e venne sepolto con tutti gli onori nell’Abbazia di Westminster, com’era giusto che fosse.
Non finì lì per una sua presunta conversione sul punto di morte, fake news che fu fatta circolare ma che si dimostrò completamente inventata e smentita dai suoi stessi eredi, ma perché nonostante tutto anche la chiesa anglicana, come tutta l’Inghilterra, riconobbe il suo immenso contributo al progresso del pensiero filosofico e scientifico. Si può quindi andare a trovarlo lì, nella navata centrale, vicino alla famosa tomba di Newton, un altro uomo che, come lui, non ha lasciato l’umanità come l’aveva trovata.
(Le foto sarebbero vietate, ma io non potevo non rubarne almeno una. Anche se uguale a qualunque altra, dovevo avere perlomeno una immagine che fosse solo mia).


L’altro luogo irrinunciabile è la vera “casa” del suo pensiero, l’immenso scrigno che raccoglie le cause e le conseguenze di tutto il suo lavoro, e che vide le discussioni e le dispute provocate dalle sue idee: il Natural History Museum di Londra.


Il museo è giustamente famoso e merita una visita attenta e ammirata a prescindere dallo zio Charles. È una vera miniera di reperti, fossili, scheletri ed esemplari imbalsamati di forme viventi, di specie estinte e di meraviglie zoologiche, botaniche e geologiche. La sala centrale, dove troneggia un gigantesco scheletro di Diplodocus , è un giustamente celebrato capolavoro di architettura neogotica (che è stato anche ispiratore delle scenografie della scuola di Hogward nella saga cinematografica di Harry Potter).


E magnifica è la posizione dedicata alla statua di Darwin: in cima alla scala principale, seduto in posa elegante e pensierosa, scruta con lo sguardo severo e bonario di un padre saggio tutta la sala, i visitatori, l’intero museo, e da lì l’umanità intera. Impossibile non fermarsi davanti a lui tentando di sostenerne lo sguardo, sentendosi inevitabilmente inadeguati ma altrettanto rispettosamente riconoscenti.


E poi, con uno sforzo in più, occorre allontanarsi un po’ da Londra anche se non molto, perché la gran parte di quei vent’anni che passarono dal suo ritorno a casa dopo il giro del mondo alla pubblicazione de “L’Origine delle specie” (la bibbia del pensiero scientifico moderno), Darwin in realtà li trascorse in casa. Nella sua casa e nel suo giardino, in quella che una volta era la contea del Kent ed ora fa parte del distretto londinese di Bromley: Down House.


Ma sbaglieremmo se pensassimo che li trascorse solo a pensare e a scrivere. Nossignore. In quei lunghi anni, in quella casa e in quel giardino, riprodusse in miniatura ambienti naturali e situazioni sperimentali che gli permisero di mettere alla prova, e poi di dimostrare, le teorie che mano mano prendevano forma nella sua mente geniale. Gli esperimenti di Darwin rappresentano la più spettacolare serie di dimostrazioni di quanto anche un piccolo mondo possa contenerne migliaia, e possa rappresentare il tutto partendo dal minimo.
Down House, situata a pochi chilometri da un altro luogo denso di significati storici e letterari (Groombridge, che un giorno racconteremo), oltre ad essere uno dei tanti perfetti esemplari di cottage inglese, è anche il luogo dove tante piccole meraviglie hanno aperto all’umanità la conoscenza di come essa stessa si è sviluppata e ha preso il dominio sul Pianeta Terra.  


Lo studio di Sir Charles, così tipicamente ottocentesco, con la sua scrivania, la sua ricca libreria e soprattutto con i suoi fogli riempiti di parole e di schizzi, pieno di strumenti inequivocabili come lenti e microscopi di ogni tipo, ha visto nascere disegni e schemi come quello dell’albero delle specie, che da solo tutto racchiude e tutto svela.


Ha visto mettere alla prova, smentire e dimostrare sulla carta tutti i singoli problemi che si frapponevano al disegno complessivo della teoria dell’evoluzione delle specie per selezione naturale. E ha visto crescere delle piccole piante mentre con metodica pazienza Charles ne annotava e disegnava tutti i movimenti di crescita per capirne il meccanismo e il motore che li regolava.


E poi naturalmente la sua piccola ma straordinaria serra, dove ha trovato il modo di sperimentare come i semi possano viaggiare in mare per colonizzare isole anche molto distanti tra loro e diffondersi sulla terra.


Dove ha messo alla prova le più spettacolari orchidee per carpirne il segreto che le rendeva impollinabili da una e una sola specie di insetto. Dove ha passato giornate intere affascinato e intimorito dalla apparente insensatezza delle piante carnivore, vegetali che si comportano da predatori, per arrivare poi a comprendere non solo la necessità che le ha fatte capaci di assorbire dalla vita animale le sostanze nutritive che non trovavano nei loro terreni, ma anche gli incredibili meccanismi che erano state capaci di elaborare per arrivare a tanto, e soprattutto dimostrare che non si trattava di piante dotate di sistema nervoso come quello animale ma di piante come tutte le altre, che avevano “semplicemente” adattato gli stessi organi e le stesse cellule  di tutte le altre piante per ottenere funzioni e risultati totalmente diversi da quelli di qualunque altro vegetale (e se vogliamo ammirare magnifici esemplari di Orchidee e Piante carnivore come quelle studiate da Charles, il luogo sicuramente da non perdere è, tornando a Londra, la serra tropicale dei Kew Gardens).


E perché non restassero dubbi su quanto anche un ambiente controllato e familiare potesse rappresentare uno stimolo formidabile per il suo lavoro di genio, è stato capace di far diventare anche il suo piccolo sentiero nel bosco uno strumento indispensabile alla formulazione della sua teoria. E voglio chiudere raccontandovi come.
C’è un viale alberato che gira intorno a Down House. Quasi ogni giorno, sir Charles Darwin percorreva questo viale pensando alla soluzione ai problemi che si poneva. Il suo metodo, da scienziato autentico, era questo: appena aveva un’idea, iniziava a sottoporla a tutte le possibili obiezioni finché non ne trovava tutte le spiegazioni e la poteva considerare a prova di confutazione. È così che si fa.
Questo lavoro lo faceva mentalmente durante la sua passeggiata.
E ad ogni giro del bosco, spostava un ciottolo del sentiero sul bordo della strada.


Quando aveva risolto il problema, guardava quanti ciottoli aveva accumulato, quindi quanti giri aveva fatto pensando alla soluzione. In questo modo catalogava l’importanza e la difficoltà dei problemi che andava affrontando e risolvendo.
Fra le tante, Sir Charles è stato quindi capace di farci capire anche quanto le passeggiate nei boschi possano essere un’attività fondamentale, per ciascuno di noi e a volte anche per la storia dell’umanità.

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/


Una parte di questo articolo stata pubblicata anche su www.lakasaimperfetta.it


ALESSANDRO BORGOGNO
Vivo e lavoro a Roma, dove sono nato il 5 dicembre del 1965. Il mio percorso formativo è alquanto tortuoso: ho frequentato il liceo artistico e poi la facoltà di scienze biologiche, ho conseguito poi attestati professionali come programmatore e come fotoreporter. Lavoro in un’azienda di informatica e consulenza come Project Manager. Dal padre veneto ho ereditato la riservatezza e la sincerità delle genti dolomitiche e dalla madre lo spirito partigiano della resistenza e la cultura millenaria e il cosmopolitismo della città eterna. Ho molte passioni: l’arte, la natura, i viaggi, la storia, la musica, il cinema, la fotografia, la scrittura. Ho pubblicato molti racconti e alcuni libri, fra i quali “Il Genio e L’Architetto” (dedicato a Bernini e Borromini) e “Mi fai Specie” (dialoghi evoluzionistici su quanto gli uomini avrebbero da imparare dagli animali) con L’Erudita Editrice e Manifesto Libri. Collaboro con diversi blog di viaggi, fotografia e argomenti vari. Le mie foto hanno vinto più di un concorso e sono state pubblicate su testate e network nazionali ed anche esposte al MACRO di Roma. Anche alcuni miei cortometraggi sono stati selezionati e proiettati in festival cinematografici e concorsi. Cerco spesso di mettere tutte queste cose insieme, e magari qualche volta esagero.