venerdì 20 luglio 2018

Sos Disruption: entro 15 anni sparirà un mestiere su due

Il lavoro di oggi? Sparirà. E quello di domani sarà diverso, gestito in tandem con le macchine. Sta cambiando tutto alla velocità della luce, ma nessuno ce lo sta dicendo: né la politica, né i media, né tantomeno la scuola. Lo afferma Paolo Barnard, il reporter che – per primo, nel saggio “Il più grande crimine” – ricostruì la genesi dell’Ue e dell’Eurozona in termini di criminalità politica da parte dell’élite finanziaria neo-feudale, orientata al “genocidio economico” nel quale si dibatte l’Europa, Italia in primis. Riletto oggi, alla luce della rivoluzione copernicana già in atto nel mondo del lavoro, persino un abominio “golpista” come l’imposizione dell’euro fa quasi sorridere. Motivo: il futuro ci sta venendo addosso con una rapidità inimmaginabile. Più della metà dei mestieri attualmente svolti in Occidente diverranno obsoleti perché antieconomici: al posto di operai, funzionari e ingegneri ci saranno robot evolutissimi, macchine auto-apprendenti forgiate dal Machine Learning garantito da computer “quantistici”. Si chiama Tecnological Disruption, e secondo Barnard è un cambiamento «così potente da trasformare in breve tempo la vita umana sul pianeta Terra». Precedenti nella storia: «La scoperta del fuoco e quella dell’agricoltura, la matematica, la stampa, le macchine a vapore, l’elettricità».
Le nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence stanno cambiando davvero tutto: sarà la fine del mondo, così come l’abbiamo conosciuto. E nessuno, a quanto pare, se ne sta accorgendo. Parlano i numeri, già drammatici secondo tutte le Paolo Barnardproiezioni ufficiali: a livello globale, da 1 a 2 miliardi di lavoratori perderanno il posto entro il 2030, la maggioranza in Occidente. A farne le spese saranno impiegati contabili e amministrativi, aziende manifatturiere e manodopera produttiva, insieme a costruzioni ed estrazioni minerarie, ma anche avvocatura e giudici, lavori di installazione e manutenzione, operatori di gru e trattoristi, meccanici e riparatori. Spariranno posti di lavoro nelle arti e nel design, nell’intrattenimento, nello sport e nei media, insieme a molte mansioni nel settore turistico. In compenso, dalla rivoluzione tecnologica usciranno rafforzati business e finanza, manager, informatica e matematica, architettura e ingegneria, ma anche rappresentanti, camerieri, specialisti in istruzione e formazione, pensatori creativi e manager per la Disruption – nonché farmacisti, infermieri e operatori socio-sanitari.
«Entro il 2030 si stima che fino a 375 milioni di posti di lavoro, globalmente, dovranno essere “reskilled”, cioè riqualificati», scrive Barnard nel suo blog. Ad esempio: nel settore manifatturiero, dicono gli esperti, cadranno mansioni nelle mani dell’Artificial Intelligence e della robotica, ma il lavoratore potrà essere re-impiegato in fasi diverse del lavoro, aumentando la produttività: gli servirà però un “reskilling”. Alibaba, colosso cinese dell’e-commerce, ha calcolato che i suoi robot da magazzino risparmiano a ogni magazziniere almeno 50.000 mosse fisiche al giorno, riducendone molto lo stress fisico ma soprattutto liberandogli tempo per aumentarne la produttività ma senza prolungare l’orario di lavoro. Naturalmente, scrive Barnard, Alibaba i suoi dipendenti li ha “reskilled”. Quindi, «l’impresa del “reskilling” di milioni di italiani non è un optional, è l’aria da respirare, e ogni singolo analista al mondo oggi lo dice chiaro: i governi giocano qui il ruolo principale con un Sapelliintervento generoso nei bilanci». Ma una nazione con vincoli di budget «al limite del sadismo sociale», per citare l’economista Giulio Sapelli, come diavolo farà a riqualificare sul lavoro due o tre milioni di persone?
Oltretutto, il “reskilling” è ormai un ordine di scuderia a tappe forzate: «Lasciar languire nella terra di nessuno i lavoratori in transito significa perderli per strada, con danni economici enormi». Si domanda Barnard: «Come farà l’Italia, soffocata nei bilanci dall’Eurozona, quando tutti gli esperti mondiali invocano chiaramente interventi di governo?». Già ora la Disruption, nelle parole di 20.000 imprenditori europei di tutti i settori, «sta imponendo un aumento vertiginoso nella richiesta di alcune professioni, che si prestano per assorbire sia una quota di futuri licenziati (“reskilled”), che i giovani post-laurea». La rivoluzione in arrivo, dice Barnard, avrà bisogno di nuovissime figure professionali, come i rappresentanti di ultima generazione: «Occorrono disperatamente venditori che siano formati prima di tutto a spiegare quei prodotti, poi a venderli a privati e governi, ma anche per raggiungere nuove fasce di clienti». Poi gli analisti dei dati: «Non occorre un dottorato per questa mansione, ma di certo un buon “reskilling” anche in assenza di laurea». Le aziende, aggiunge Barnard, oggi sanno che Big Data è la scoperta “nucleare” del commercio di prodotti e servizi: bisogna quindi «saper analizzare e trarre conclusioni intelligenti dall’immane massa di dati che la Disruption mette a disposizione».
«Il successo si gioca qui, nel terzo millennio: la richiesta di analisti dei dati è destinata a esplodere fra pochissimi anni». Per i laureati brillanti «c’è già ora spazio per ricoprire un ruolo dirigente richiestissimo nei maggiori settori di commercio e servizi, cioè il Manager della Disruption: è colui che si specializza nel guidare l’azienda (piccola, media, grande) ma anche il settore pubblico, nella tempesta di cambiamenti che l’era digitale porta ogni minuto». In generale, proprio grazie alla Disruption, entro il 2030 sono previste globalmente 130 milioni di nuove assunzioni in sanità generale e assistenza agli anziani, nonché 50 milioni nelle tecnologie e altri 20 milioni nel settore energetico. Le professioni del tutto nuove che si prevede nascano grazie alla Disruption, spiega Barnard, sono «gli specialisti intra-umani, cioè intelligenza emotiva, capacità di persuasione, gestori delle emozioni umane nel sociale, e i creatori di motivazione; i pensatori creativi in ogni settore, sia scientifico che industriale Disruptionche amministrativo, poiché essere super-specializzati ma ottuse ‘scatole di dati’ non innova nulla in azienda». E ancora: serviranno «gli ottimizzatori delle energie rinnovabili e gli operatori nella lotta al cambiamento climatico».
Ogni singolo esperto in “occupazione & Disruption”, aggiunge Barnard, “grida” sempre la medesima cosa, che la Consultancy McKinsey & Co. ha espresso nel dicembre 2017 con una frase lapidaria: «La moltiplicazione dei lavori potrebbe più che compensare le perdite a causa dell’automazione. Ma nulla accadrà per magia – richiederà che i governi e il business sappiano creare le opportunità». E qui esplode il problema-Italia: chi si farà carico della formazione permanente imposta dalla Disruption, dati gli attuali limiti drammatici imposti alla spesa pubblica? La scuola, scrive Barnard, deve avere una conoscenza avanzatissima della Disruption in continuo aggiornamento, perché è molto probabile che una parte delle competenze insegnate oggi saranno obsolete per il mondo del lavoro nel giro di 5-8 anni, in media. Con un ritardo di questo genere, nelle scuole e università, cosa farà l’Italia? Ha qualche idea in proposito, il governo gialloverde? Il Miur, ministero dell’istruzione, università e ricerca, ammette di essere in emergenza: i dati Ocse dicono che ogni quindicenne italiano usa il computer in classe molto al di sotto della media europea (molto meno dei greci, e quasi un terzo del tempo di un australiano).
Sempre per l’Ocse, i docenti italiani sono in assoluto i meno preparati, in Europa, all’era digitale. Ancora: nel Digital Economy Index, l’Italia languisce al 25mo posto su 28 paesi, ha lacune dappertutto. E nella velocità di connessione alla Rete è in fondo alla classifica europea con un umiliante 9.2 Mbps, davanti solo a Grecia e Cipro. Nelle aule si soffre moltissimo, di questo:«Il processo di diffusione della scuola digitale negli ultimi anni è stato piuttosto lento», confessa il Miur, che denuncia «azioni spesso non incisive e non complessive». Aggiunge Barnard: «Sapere è lavoro, ma un buon lavoro – oggi, nella Disruption – significa sapere molto. E con una situazione del genere c’è da mettersi le mani nei capelli». Nessuna area italiana è inclusa tra gli “Innovator leaders” europei. Solo il Piemonte figura tra gli “Strong innovators”, mentre il resto della penisola è in terza posizione, tra i “Moderate innovators”, mentre la Sardegna è relegata tra i “Modest innovators” come Croazia, l’Estremadura, l’Est Europa più povero e arretrato. Una mappa impetosa: «L’Italia non solo sprofonda nell’economia tradizionale (a causa soprattutto dell’Eurozona), ma colpevolmente i suoi governi degli ultimi 15 anni l’hanno tenuta fuori dalla realtà, cioè dalla Computer a scuolaDisruption, e infatti siamo “gialli”, cioè quasi ultimi nell’innovazione, e dunque fra gli ultimi nelle prospettive di lavoro dei nostri figli».
Generalmente, aggiunge Barnard, un paese moderno ospita oltre 900 mestieri. E dato che «una buona parte delle nuove tecnologie della Disruption stanno sbocciando in queste ore o sbocceranno appena domani», è impossibile essere precisi. Ma una cosa è più che evidente: a dettare legge sarà la tecnologia dell’intelligenza artificiale di Machine Learning, «perfetta per sostituire i lavori ripetitivi d’ufficio, per far funzionare la logistica aziendale, per far “pensare” i robot nelle industrie, ma anche per sostituirsi all’umano in compiti complessi all’interno di molti mestieri sofisticati». Giusto per dare al pubblico un’idea del grado di penetrazione del Machine Learning, cioè del fatto che davvero saranno pochissimi i lavori di domani che non avranno almeno in qualche segmento un’intelligenza artificiale a sostituire qualcosa o qualcuno, la Mit Initiative sull’economia digitale «afferma che il mestiere in assoluto più “blidato” contro la Disruption è il… massaggiatore». All’altro estremo, invece, figurano «le mansioni che sembrano davvero destinate a essere falcidiate», ovvero «gli impiegati, i contabili, gli amministrativi in generale».
Se è scontato che fra i “colletti blu” (diplomati, ma senza laurea) tanto dovrà cambiare, «molti genitori e studenti ancora non comprendono purtroppo cosa accadrà alle professioni dei “colletti bianchi”, degli specializzati, che siano medici, avvocati, commercialisti, o persino ingegneri informatici (esempio estremo, ma anche fra loro cadranno teste con l’Artrificial Intelligence)». Parla da solo il caso americano: nei primi 15 anni di digitalizzazione dell’economia Usa, ricorda Barnard, le disparità di redditi fra “colletti blu” (licenza liceale) e “colletti bianchi” (lauree) schizzò in alto, perché i secondi – grazie alla formazione digitale universitaria – poterono approfittare dei nuovi lavori ben pagati, gli altri no e subirono in pieno l’impatto devastante del crash bancario del 2008. Addirittura, il fenomeno ha raggiunto un tale livello di gravità che fra i “colletti blu” in America c’è un’epidemia di suicidi per disperazione, descritti in uno studio del 2014 firmato da Anne Case insieme ad Angus Angus DeatonDeaton, Premio Nobel per l’Economia. «Vero è che gli Stati Uniti sono un incubo d’abbandono sociale dei deboli, dove il welfare quasi non esiste», ammette Barnard. In compenso, l’Europa si sta auto-sabotando con i tagli sanguinosi al suo welfare.
«I criminosi limiti di spesa pubblica che l’Ue impone agli Stati membri – dice Barnard – escludono in via categorica che i vari schemi di Reddito di Cittadinanza abbiano un potere di fuoco sufficiente a evitare al nostro paese un’apartheid fra inclusi ed esclusi nella Disruption». In altre parole: «Finché Eurozona sarà – insiste il giornalista, rivolto ai lettori – il realismo mi costringe a dirvi che l’unica arma che rimane ai vostri figli per difendersi dal destino denunciato da Angus Deaton e Anne Case è una formazione solidissima ai nuovi lavori della Disruption (che non sono solo tecnologia)». Dunque il messaggio per genitori e ragazzi è chiarissimo: «La seconda ondata di digitalizzazione in corso oggi con la Disruption porta soprattutto con sé il pericolo di un enorme divario nei redditi, oltre a una sostanziale dose di lavori perduti». Per mettere al riparo i nostri figli, e i giovani già oggi al lavoro, secondo Barnard c’è una sola arma concreta: per i giovanissimi una formazione scolastica e universitaria più aggiornata possibile, che li presenti al mondo del lavoro come appetibili, e per i già impiegati l’impegno di Stato e aziende nella riqualificazione “a vita”. Il rischio fatale, per l’Italia del lavoro, è di rimanere tragicamente indietro: «Significherebbe un prossimo secolo di arretratezza e bassa economia per tutti i nostri giovani e per i loro figli». Nel 2016 il World Economic Forum lo disse senza mezzi termini: «Chi non si prepara affronterà costi sociali ed economici enormi».
Attenzione: qualcosa di analogo a quanto sta per accadere (e di cui nessuno parla) è già avvenuto, nella storia. Per dare un’idea della dimensione planetaria del problema, Barnard cita lo scozzese James Watt: «Nel 1775 diede vita alla più dirompente Disruption della storia con l’invenzione della macchina a vapore». Fece morire di colpo i vecchi mestieri, ma al tempo stesso fece esplodere lo sviluppo sociale umano, il che significa benessere e quindi possibilità democratiche. Per 9.700 anni filati, scrive Barnard, le condizioni di vita del popolo comune «rimasero sostanzialmente identiche, a un livello abominevole, spesso peggio degli animali selvatici». Poi arrivò la Disruption di Watt – e delle scienze post-Galileo con l’elettromagnetismo di Faraday e di Maxwell – e in Occidente tutto cambiò di colpo, perché cambiò il lavoro, aumentarono i redditi e con essi la rivendicazione dei diritti. «E’ vero che la Disruption di allora si portò dietro una buona dose di lacrime e sangue prima di darci la modernità del benessere, che tuttavia furono nulla in confronto a 9.700 anni di standard di vita abietti oltre l’immaginabile. Treno a vaporeMa l’altra faccia, gloriosa, di quell’esplosione tecnologica fu di fornire alle lotte sociali mezzi tecnologici di diffusione, e quindi di successo, impensabili prima, fino appunto alla moderna civiltà».
Oggi, sottolinea Barnard, la Disruption delle nuove tecnologie digitali potenziate dall’Artificial Intelligence «sta scatenando un’altra storica impennata dell’umanità, che è però di molto superiore a quella di Watt per l’enorme potere tecnologico odierno. E di nuovo, tutto si gioca su come cambierà il lavoro: non chissà quando, ma entro il 2030». Demis Hassabis, Ceo di Google DeepMind (azienda che sta al centro della galassia “Ai”), ha detto: «Il nostro goal è di conquistare l’intelligenza, poi di usarla per risolvere tutti gli altri problemi». Macchine intelligenti, al posto di esseri umani. Ed enorme disparità tra chi resterà al passo e chi sarà tagliato fuori. Lo confermano gli studi delle maggiori “Consultancies” del mondo: Pwc Uk, Deloitte, McKinsey, Accenture. Tutti d’accordo, insieme agli accademici: almeno nella prima fase, la Disruption fondata sull’intelligenza artificiale (robotica, nuove tecnologie), falcerà milioni di posti di lavoro. Ma la stessa Disruption, spiega Barnard, offre Demis Hassabispossibilità di recupero nella riqualificazione, nell’aumento di richiesta per certe professioni e nel fatto che nasceranno lavori che oggi non esistono.
Tutto dipende da due fattori decisivi: la velocità dei governi nel legiferare misure per cavalcare la Disruption, favorendo la nascita dei nuovi lavori, e l’intelligenza dei datori di lavoro «nel capire che l’epoca dell’egoismo del profitto è morta, gli porterà solo fallimenti certi». Il futuro digitale «impone intelligenza», il che significa «coordinamento fra aziende, e fra di esse e lo Stato». Di fatto, avverte Barnard, con la Disruption «oggi saltano le politiche di creazione di lavoro, in Occidente, che i nostri padri e noi abbiamo conosciuto finora». Problema: «I contemporanei di un fenomeno epocale di cambiamento faticano sempre a svegliarsi di fronte al nuovo, e questo si traduce in drammi». Per dire: «Quanti italiani oggi leggono i giornali al mattino cercando ansiosamente notizie sulle politiche del lavoro del ministro Di Maio per la Disruption? Nessuno. Eppure la leadership mondiale non ha più dubbi sul fatto che essa ribalterà, come mai prima nella storia, proprio l’occupazione di numeri impressionanti nel globo». Certo, i politici «hanno il vincolo del breve mandato e l’ossessione cieca del voto-subito entro il mandato, per cui non s’impegneranno mai in politiche e dibattiti che all’italiano medio sembrano fantascienza». Idem per i media: «Sanno che la Disruption è una news che oggi si può vendere agli italiani solo al 300esimo posto dopo la casta, la corruzione, il politici-ladri, gli immigrati, le polemiche Tv, e trattano il tema principalmente come folklore da futuristi. Risultato: non un singolo organo di stampa italiano sta davvero informando su come sarà stravolta l’economia, la politica e la fabbrica sociale di ogni paese moderno per mano della Disruption».
E così si compie un circolo vizioso devastante per l’Italia, destinata ad arrancare come fanalino di coda «mentre Francia, Germania, Svezia, Svizzera, Gran Bretagna, Russia, Cina, Sud-Est Asiatico e ovviamente gli Usa si saranno già spartiti l’immensa torta del lavoro e del Pil da Disruption». Risultato: «I giovani italiani nel precariato, in preda alla disoccupazione e ancora disperatamente dipendenti da quel rivolo che gli rimane del risparmio di nonni e genitori degli anni 70’-90’», prigionieri di un paese sempre più confinato tra i “Pigs” con Portogallo, Grecia e Spagna – non più Piigs, annota Barnard, «perché invece l’Irlanda sta capendo e cavalcando la Disruption, è ha già preso il volo da quell’acronimo infame». Ma non è destino degli dèi che debba davvero andare così, aggiunge il giornalista: a sta a noi capire la Disruption per sapere come inciderà sul Pil e sull’occupazione. Ma non c’è tempo da perdere: «La velocità di sviluppo delle nuove tecnologie per il lavoro è Machine Learningtalmente forsennata che è già stato calcolato che diversi “skills” – così si chiamano le competenze centrali per la Disruption – che vengono insegnati agli studenti oggi, tempo che gli studenti si presenteranno ai colloqui di lavoro in aziende saranno già obsoleti».
In parole semplici: «Mentre tu studi intensamente un’applicazione di Machine Learning per l’edilizia, Machine Learning ne ha scovata una migliore, tu ti presenti al colloquio di lavoro e il datore se ne fa poco, di te». Scrive il Mit di Boston: le tecnologie cambiano i modelli di business e molto spesso questi si traducono in uno sconvolgimento simultaneo del set di “skills” che le aziende richiedono, e questo già oggi crea difficoltà nell’assumere personale. Velocità: «Sarà un problema enorme proprio sul mercato del lavoro dei giovani, e altrettanto enorme per eventuali programmi di apprendistato, che rischiano di diventare degli autogoal con sprechi di finanziamenti enormi», osserva Barnard. Attenzione, però: le stesse tecnologie di Big Data possono dare al governo «un inimmaginabile potere di efficiente governanace». La stessa “cloud” potrà essere usata da tutto il sistema produttivo italiano di beni e servizi in un dialogo diretto, in tempo reale, col ministero dell’istruzione. Pubblico e privato potrebbero scambiarsi informazioni istantanee su «come sta cambiando la natura degli “skills” dentro le aziende, gli ospedali e le varie istituzioni». Lo stesso Miur, come sollecitano gli esperti internazionali, «dovrà avere l’elasticità e la prontezza di riflessi di trasmettere immediatamente a scuola e università il messaggio dei datori di lavoro», per armonizzare domanda e offerta in base ai nuovi parametri in costante evoluzione.
Fantascienza? Non ci sono alternative, par di capire. «Questo è il tipo di ambizioso progetto che un paese oggi deve essere in grado d’intraprendere se davvero è serio sulla difesa del lavoro», sostiene Barnard, auspucando «un salto innovativo, in linea con gli attori vincenti nella Disruption». Scrive McKinsey Global: «I governi devono totalmente riconsiderare i modelli scolastici odierni. La questione è urgente, e devono mostrare una leadership di grande coraggio nel riscrivere i curricula. E’ un’elasticità che da decenni il mondo del lavoro attende». Oggi, infatti, il “reskilling” è sulla bocca di tutti gli operatori Kevin Sneader, Ceo di McKinseyeconomici. Per Barnard, a salvare il sistema-Italia sarà un “reskilling” (o “upskilling”) dei lavoratori, da condurre a vita, per ogni settore del Pil italiano. «Dovrà essere intelligente, il che significa innanzi tutto che va fatto in partnership con il settore privato dell’Italia, il quale deve saper dimostrare una “vision” ben oltre la sua tradizionale e provinciale parcellizzazione». Soprattutto, le tecnologie di Big Data «dovranno essere usate da governo e datori di lavoro per “better forecasting data and planning metrics”, cioè saper prevedere le svolte e pianificare con largo anticipo la richiesta dei talenti, su cui poi appunto lanciare in tutto il paese programmi di “reskilling” (o di “upskilling”) con chirurgica precisione».
Dunque, secondo Barnard, l’Italia è alla storica sfida dell’occupazione nell’era della Disruption. «Il potere globale di quest’ultima è senza limiti, ma gli Stati possono governarla per tutelare l’impiego nella colossale tempesta dei cambiamenti». In questo sforzo, aggiunge, il governo deve comprendere un aspetto cruciale che distingue le tecnologie della Disruption: si dividono infatti in due rami, quelle di tipo Enabling e quelle di tipo Replacing. «La Disruption porterà sia una richiesta di lavori già esistenti riformulati in nuove versioni, che nuove professioni che oggi non esistono». In questo caso, nella versione Enabling, aprirà vasti bacini di posti di lavoro ma, al tempo stesso, spazzerà via schiere di mestieri perché le macchine “pensanti” li rimpiazzeranno (Replacing, appunto). Ne consegue una scelta politica di orizzonte: «E’ totalmente futile ed economicamente distruttivo continuare a Luigi Di Maiospendere sia fondi pubblici che fondi privati (delle famiglie) per formare giovani, o per incoraggiare lavori, destinati alla categoria dove le tecnologie saranno di tipo Replacing, poiché significa destinare esseri umani a un suicidio lavorativo certo».
Per Barnard, l’Italia dovrà quindi «investire massicciamente nell’adozione del maggior numero di tecnologie Enabling per ovvi motivi di creazione di lavoro», ma dovrà anche «essere scaltra nell’incoraggiare quelle che si adattano meglio alla struttura sociale, alla conformazione territoriale e produttiva del nostro paese». Un esempio concreto? «Siamo uno dei popoli più longevi del mondo, perciò la cura extra-ospedaliera dei nostri anziani arricchita dalle nuove tecnologie Enabling del settore è garanzia di creazione d’innumerevoli mansioni a ogni livello di complessità (settore del Personal Care). Sono mansioni che saranno utili a nuovi impieghi sia per i cittadini meno “skilled” che per gli specialisti. La medesima strategia va applicata alla nostra struttura architettonica, geografica, energetica, sempre per generare ampio impiego». Al problema della Disruption, in questi mesi, Barnard ha dedicato il massimo impegno, lavorando in solitudine, convinto che l’umanità sia ormai di fronte «al più dirompente cambiamento occupazionale dal 1775 a oggi», dai tempi della macchina a vapore. «Continuo a ripeterlo: le soluzioni a problemi sistemici devono essere sistemiche, il resto sono truffe vendute da politici cinici a un pubblico stupido, i cui figli poi piangeranno per generazioni».

fonte: http://www.libreidee.org/

giovedì 12 luglio 2018

Giuseppe Pellizza da Volpedo, dal Quarto Stato al suicidio


Volpedo è un piccolo comune piemontese sito in provincia di Alessandria. Il paese è conosciuto per aver dato i natali a Giuseppe Pellizza, il famoso autore del dipinto il Quarto Stato. All'interno della sua abitazione ancora oggi è presente la scala a pioli che servì a Giuseppe per togliersi la vita.
Alcune persone potrebbero pensare che il Piemonte conservi qualcosa di malsano dato il numero di letterati e artisti, da Cesare Pavese a quel veneto ma piemontese d'adozione che risponde al nome di Emilio Salgari, che decisero di chiudere anticipatamente il proprio percorso di vita. Casualità, null'altro.
Torniamo a Giuseppe Pellizza da Volpedo e a quella maledetta alba del 14 giugno 1907. L'improvvisa morte della amatissima moglie Teresa, uccisa dalla febbre puerperale, gettò l'artista in un profondo stato di depressione conducendolo sulla strada del suicido. Giuseppe s'impiccò nel suo studio, non ancora quarantenne. La scala a pioli che aiutò la veloce dipartita poggia sulla stessa terra ove trovano luce libri, gessi anatomici e quadri. Una continuità che pare cercata, voluta. Una prossimità che chiede delle spiegazioni, che non possiamo ultimare esclusivamente con la perdita dell'amata moglie.
Risaliamo la linea del tempo.


Giuseppe Pellizza nacque a Volpedo il 28 luglio del 1868, da Pietro e da Maddalena Cantù, in un’agiata famiglia contadina. Apprese i primi rudimenti del disegno grazie alla frequentazione della scuola tecnica di Castelnuovo Scrivia. L'agiatezza della famiglia unita alle conoscenze acquisite grazie alla commercializzazione dei prodotti della terra, permisero al giovane Giuseppe la frequentazione dell'Accademia di Belle Arti di Brera.
Presso la prestigiosa scuola milanese fu allievo di Giuseppe Bertini, pittore e docente italiano del movimento romantico e verista. Bertini fu docente e direttore dell'accademia di Belle Arti di Brera e primo direttore del Museo Poldi Pezzoli di Milano. Contemporaneamente ricevette lezioni private dal pittore Giuseppe Puricelli. Espose per la prima volta a Brera nel 1885. Alla fine del percorso di studi milanese, Pellizza proseguì il tirocinio formativo presso l'Accademia di San Luca a Roma. In seguito decise d'iscriversi alla scuola libera di nudo dell'Accademia di Francia a Villa Medici.
Deluso da Roma decise di trasferirsi a Firenze, dove frequentò la scuola di Belle Arti come allievo di Giovanni Fattori, considerato tra i maggiori pittori italiani dell'Ottocento e tra i principali esponenti del movimento dei Macchiaioli. Alla fine dell'anno accademico tornò a Volpedo allo scopo di dedicarsi alla pittura verista attraverso lo studio della natura. Non ancora soddisfatto della preparazione raggiunta decise di recarsi a Bergamo per frequentare l'Accademia Carrara, dove seguì i corsi di Cesare Tallone. Perfezionò ulteriormente la propria preparazione recandosi all'accademia Ligustica di Genova. Al termine di quest'ultimo tirocinio fece ritorno a Volpedo. Nel 1892 sposò una ragazza del luogo, Teresa Bidone. Nello stesso anno appose per la prima volta “da Volpedo” alla propria firma in calce alle opere. Negli anni seguenti Giuseppe Pellizza adottò il divisionismo, tecnica basata sulla divisione dei colori attraverso l'utilizzo di piccoli punti o tratti. Si confrontò con diversi pittori che utilizzavano questa tecnica, da Segantini a Morbelli, da Longoni a Nomellini.
Nel 1891, esponendo alla Triennale di Milano, si fece conoscere dal grande pubblico. Continuò ad esporre in giro per l'Italia sino al 1901, anno in cui portò a termine il Quarto Stato, a cui aveva dedicato dieci anni di studi. L'opera fu esposta l'anno successivo alla Quadriennale di Torino ma non ottenne il successo sperato, scatenando polemiche presso molti dei suoi amici.
La genesi dell'opera il Quarto Stato fu lunga e complessa. Il Quarto Stato è un'espressione introdotta durante la Rivoluzione francese da alcuni esponenti delle correnti più radicali per designare gli strati popolari subalterni, in contrapposizione alla borghesia (il terzo stato); con lo sviluppo del movimento operaio, la locuzione è stata adoperata, soprattutto nel secolo XIX e nei primi decenni del Novecento, per indicare il proletariato.


Pellizza iniziò a lavorare ad un bozzetto chiamato gli Ambasciatori della fame nel 1891 dopo aver assistito ad una manifestazione di protesta di un gruppo di operai. Il pittore rimase molto impressionato dalla scena tanto da annotare in un diario le seguenti parole: la questione sociale s'impone; molti si son dedicati ad essa e studiano alacremente per risolverla. Anche l'arte non deve essere estranea a questo movimento verso una meta che è ancora un'incognita ma che pure si intuisce dover essere migliore rispetto alle condizioni presenti. Numerose furono le opere intermediarie tra il primo bozzetto degli Ambasciatori della fame e la Fiumana. L'ultima tappa di questo percorso fu la versione degli ambasciatori del 1895 sotto forma di disegno carboncino e gesso. Scrisse Pellizza: Gli ambasciatori sono due si avanzon seri sulla piazzetta verso il palazzo del signor che proietta l'ombra ai loro piedi [...] si avanza la fame coi i suoi atteggiamenti molteplici - Son uomini, donne, vecchi, bambini: affamati tutti che vengono a reclamare ciò che di diritto - sereni e calmi, del resto, come chi sa di domandare né più né meno di quel che gli spetta - essi hanno sofferto assai, è giunta l'ora del riscatto, così pensano e non vogliono ottenere colla forza, ma colla ragione - qualcuno potrà alzare il pugno in atto di minaccia ma la folla non è, con lui, essa fida nei suoi ambasciatori - gli uomini intelligenti [...] Una donna accorso mostra il macilento bambino, un'altra, una terza, è per terra che tenta invano di allattare il bambino sfinito colle mammelle sterili - un'altra chiama impreca.


Il capolavoro a poco a poco prese forma. Pellizza, prima di dipingere la grande tela della Fiumana, decise di realizzarne uno studio preliminare. Rispetto agli Ambasciatori della Fame questa tela rappresenta un punto di rottura poiché in quest'opera la massa di gente è vastissima, tale da formare una fiumana umana, come suggerito dal titolo stesso del dipinto.
Nel 1898 un avvenimento sconvolse l'Italia ed il pensiero di Giuseppe Pellizza da Volpedo: l'inutile strage di Milano.
Nella città meneghina, in seguito all'aumento del prezzo della farina e del pane, il popolo decise di insorgere assaltando i forni per la produzione del pane. In tutta la Lombardia la situazione economica era talmente grave da convincere circa 500.000 persone ad emigrare, nei soli primi cinquant'anni dall'Unità d'Italia. Gli eventi di Milano, passati alla storia come la Rivolta dello stomaco, durarono dal 6 al 9 maggio. La sommossa del popolo fu repressa nel sangue dall'esercito comandato dal generale Bava-Beccaris. Secondo la versione ufficiale si contarono 80 vittime, testimoni oculari parlarono di almeno 300 morti, tra questi molti mendicanti che si trovavano in fila per ricevere un piatto di minestra dai frati di Via Manforte. Su queste inermi persone il generale Bava-Beccaris decise di sparare con il cannone. In seguito a queste eroiche gesta, il generale fu insignito con la croce di Grande Ufficiale dall'ordine Militare dei Savoia. Un mese dopo i fatti di Milano, il Re, che troverà la morte per mano di Gaetano Bresci, Umberto I nominò senatore il coraggioso generale.
Giuseppe Pellizza decise di modificare l'opera, rendendo la fiumana umana più tumultuosa. Nel 1898 stese il cammino dei lavoratori, bozzetto propedeutico alla realizzazione finale. Pellizza entrò nella tempesta socio-proletaria che sconvolgeva il nostro paese con un'opera che resisterà ai cambiamenti economici e politici dell'Italia. La stesura del cammino dei lavoratori richiese circa tre anni. Solo nel 1901 la grande tela soddisfò l'autore che decise di darle un nuovo titolo: il Quarto stato.


Come possiamo leggere nelle pagine del libro Il quarto stato di Aurora Scotti, la tela raffigura un gruppo di braccianti che marcia in segno di protesta in una piazza, presumibilmente quella Malaspina di Volpedo. L'avanzare del corteo non è violento, bensì lento e sicuro, a suggerire un'inevitabile sensazione di vittoria: era proprio nelle intenzioni del Pellizza dare vita ad «una massa di popolo, di lavoratori della terra, i quali intelligenti, forti, robusti, uniti, s'avanzano come fiumana travolgente ogni ostacolo che si frappone per raggiungere luogo ov'ella trova equilibrio».
Il quarto stato fu mostrato per la prima volta al pubblico durante la Quadriennale di Torino del 1902. L'opera non ottenne riconoscimenti e non fu acquistata da nessun museo, come era nelle aspettative dell'autore per sistemare la situazione economica disastrosa nella quale era caduto. Il successo presso il pubblico iniziò grazie alla stampa socialista. Nonostante la censura della critica, l'opera fu stampata in una importante rivista milanese. Trovò ampio spazio nei periodici socialisti come L'avanguardia socialista e l'Avanti!.
Nel frattempo, deluso dal loro comportamento, abbandonò le relazioni con artisti e scrittori della sua epoca. Nel 1906 fu chiamato a Roma dove riuscì a vendere allo Stato una sua opera destinata alla Galleria di Arte Moderna. L'improvvisa morte della moglie gettò Pellizza in una profonda crisi depressiva. Il 14 giugno del 1906 si suicidò impiccandosi nel suo studio di Volpedo, non ancora quarantenne.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.com/

Bibliografia

Carlo Pirovano (a cura di), La pittura italiana. Il Novecento, Milano, Electa, 1991
Davide Lacagnina, Pellizza da Volpedo Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, volume 82, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2015

Gabriella Pelissero, Pellizza per il "Quarto Stato", Torino, 1977

Aurora Scotti, Il linguaggio universale del Quarto Stato, in Oltre, nº 70, Voghera, Edizioni Oltrepo.
Aurora Scotti (a cura di), Il quarto Stato, Milano, Gabriele Mazotta Editore, 1976

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.

domenica 8 luglio 2018

il grano Terminator

Come le multinazionali hanno creato semi sterili, modificando il DNA delle piante, per tenere in pugno l’agricoltura, i contadini e la gente…!

grano
 Il grano Terminator – Come le multinazionali hanno creato semi sterili, modificando il DNA delle piante, per tenere in pugno l’agricoltura, i contadini e la gente…!
Henry Kissinger: “Controlliamo il petrolio e controlleremo le Nazioni, controlliamo il cibo e controlleremo i Popoli”
Il grano Terminator
Ci sono piccole storie che pochi conoscono e che hanno cambiato radicalmente i nostri consumi e il nostro cibo. Il grano, il cereale più presente nell’alimentazione mondiale, è stato spesso la vittima di interessi lucrativi, dalle speculazioni di borsa alla manipolazione genetica. Ci sono però piccole storie come questa che voglio raccontarvi che rimangono sconosciute alle masse ma che esemplificano il modo in cui i governi e le multinazionali agiscono spesso a sproposito su quella fetta di pane che mettiamo sul nostro tavolo.
Verso l’inizio degli anni Novanta, le grandi multinazionali che trattavano OGM cominciarono a guardare le risorse alimentari mondiali, a collezionare dati su produzioni, coltivatori, sementi. In questo furono facilitate e appoggiate in primis dalla WTO (World Trade Organization, l’organizzazione mondiale del commercio che dovrebbe solo supervisionare gli accordi commerciali tra gli stati membri) e dal governo americano che ha una ben nota propensione a cercare di controllare il cibo nel mondo. Ricorderei solo al volo l’affermazione di Kissinger al Congresso: «Controlliamo il petrolio e controlleremo le nazioni, controlliamo il cibo e controlleremo i popoli».
Bene, in questo assembramento di occhi puntati su quello che facevano gli agricoltori nel mondo, si accorsero di una cosa elementare: tutto parte dai semi. È l’acquisto della semenza da parte del contadino che innesca tutto il processo, non la raccolta del grano o la sua quotazione in borsa, lì è ormai troppo tardi. All’origine di tutto, scoprirono, c’è il seme e il seme diventa frutto e fa altri semi quindi se il contadino prende un seme brevettato dalla multinazionale, potrebbe ottenere un numero esponenziale di nuovi semi gratis. Un po’ quello che scopriamo noi alla terza strofa quando all’asilo ascoltiamo: «Per fare un tavolo ci vuole il legno». Il problema è che la stessa informazione nelle mani sbagliate produce risultati nefasti.
A questo punto le multinazionali costruirono uno strumento collettivo che gli consentisse di vendere solo dei semi che non si potessero riprodurre, il GURT (Genetic Use Restriction Technology), ribattezzato poco dopo “Terminator”, dal nome del celebre film del tempo. Leggendo i documenti di costituzione di Terminator, si apprende che questa tecnologia viene impiegata (questa è divertente!) per tutelare le multinazionali dai contadini furbetti che utilizzavano i semi brevettati senza pagare i giusti diritti. Ovvero, la tecnologia Terminator doveva impedire ai contadini di riprodurre i semi, costringendoli a comprarli dalle multinazionali. In pratica, questo Terminator non era altro che una tecnologia brevettata applicabile a molte specie vegetali che consentiva alle multinazionali proprietarie di creare dei semi sterili intervenendo sul DNA della pianta, facendo in modo che fosse la pianta stessa ad uccidere i propri embrioni e quindi ad auto-sterilizzarsi. Questo è stato il momento esatto in cui l’uomo ha deciso coscientemente di devastare il più grande equilibrio naturale, la più grande risorsa rigenerativa che abbiamo: il ciclo seme – pianta – altri semi – altre piante. Le prime ad applicare questa tecnologia Terminator furono la Delta & Pine Land per il cotone e la Monsanto per soia e grano. I semi Terminator di grano erano geneticamente programmati per non riprodursi dopo il raccolto. Seminati, non crescevano piante. In particolare riuscivano a fare questo suicidio perché sviluppavano una tossina, in fase di germogliazione, che uccideva gli embrioni. Furono sperimentati e utilizzati quasi esclusivamente nel Terzo Mondo, impoverendo ulteriormente i contadini locali, costretti a comprare le sementi ogni anno.
Ma è alla seconda generazione dei semi Terminator verso la fine degli anni ‘90 che si iniziano a vedere risultati un po’ diversi, tanto che questi semi vennero rinominati Traditori. Non bastava più, infatti, fare delle sementi che producevano piante con semi sterili. Arrivarono a fare delle sementi modificando o aggiungendo un gene, detto gene interruttore, che veniva attivato solo in presenza di un particolare prodotto chimico. In pratica, i semi di grano erano inermi finché il contadino non li irrorava del prodotto attivatore. Di conseguenza, le coltivazioni OGM di grano potevano resistere ai patogeni più comuni solo utilizzando un prodotto chimico specifico, chiaramente acquistabile dalle multinazionali stesse. Nessun interesse per la qualità del prodotto e la sua iterazione con l’uomo che se ne nutre, l’unico interesse di tutta questa sperimentazione e chiusura del mercato è stato unicamente il mercato e il capitale. Grazie a questi nuovi semi di grano Terminator, si arrivò anche a brevetti in cui le piante dovevano essere attivate con un prodotto per germogliare, proponendo la cosa come un sistema ideale per evitare problemi climatici. Per esempio: il contadino semina ma vede che sta arrivando una gelata, non attiva i semi, attende che sia passata e solo allora utilizza il prodotto per innescare la crescita.
Ma perché un governo dovrebbe appoggiare un piano del genere? Perché, semplicemente, queste aziende sono americane e questi brevetti sono di conseguenza americani. Negli USA l’accordo sugli OGM Terminator prevedeva che il 5% dei diritti andasse al governo americano. Ecco quindi da dove nasce la grande spinta dell’America nel cercare di rifilare gli OGM all’Europa, dopo averne impestato tutto il Terzo Mondo. Solo il brevetto di grano, soia e cotone Terminator fu utilizzato in 78 nazioni diverse con un introito di milioni di dollari di allora per il governo.
Chiaramente, ci furono anche delle proteste, soprattutto da parte di chi aveva capito che il controllo dei semi attuato da poche multinazionali nel mondo era un disastro ambientale, sociale e agrotecnico. I governi dopo un po’, soprattutto quelli europei e tra loro quelli meno filo-americani come i francesi, cominciarono a interrogarsi su che cosa fosse effettivamente il grano Terminator, se magari questa manipolazione genetica non potesse influire sul prodotto finale, sulla fetta di pane in tavola tutti i giorni, sul piatto di pasta. Nel frattempo, arriviamo al 1998 tra le proteste, ma con il perseverare della vendita dei semi Terminator e degli incassi del governo americano sull’utilizzo del brevetto. Il 1998 però è anche l’anno in cui la Monsanto cerca di annettersi la Delta & Pine Land, tentando in pratica di diventare l’unico distributore dei semi brevettati che avrebbe venduto ai contadini di tutto il mondo. Valse a fermarla l’allora nascente campagna contro i cibi OGM finché però nel 1999 intervenne il presidente della Rockfeller Foundation a chiedere che si fermasse la commercializzazione dei semi Terminator. Apparentemente fu una ritirata dopo aver scatenato l’opinione pubblica, in effetti invece fu una mossa strategica: erano in corso di sviluppo altre tecnologie OGM, il grano Terminator era ormai cosa vecchia e obsoleta, ma lo tennero parcheggiato qualche anno fino a farlo ricomparire quasi in sordina verso il 2007-2008, grazie al fatto che l’opinione pubblica e la stampa che la guida se ne erano completamente scordati.
Oggi, la tecnologia OGM è più che mai presente e pressante alle porte dell’Europa, si infiltra dai paesi più compiacenti e arriva sulle nostre tavole in prodotti in cui non è specificato se il grano sia Terminator o altro. Ci arrivano anche travestiti da progetto ecologico. Dal giugno 2003 infatti, la Monsanto presenta i semi Terminator con nomi più allettanti – ma uguale tecnologia – proponendoli però come un metodo per controllare la diffusione dei semi geneticamente modificati che potevano riprodursi attraverso il vento o altri agenti naturali, contaminando così le coltivazioni non OGM. No, non è una storia con un bel finale, mi spiace. Però è un finale aperto, possiamo farlo noi: interessarci puntualmente del cibo, a partire dalla sua forma primaria, il seme.

Autore: 
Giornalista e saggista, esperta in diversi settori delle discipline olistiche, della coltivazione naturale e dell’economia sostenibile. Pioniera della decrescita e dell’autoproduzione in Italia, è conosciuta per il sito erbaviola.com, dove dal 1999 documenta il suo percorso di vita.
fonte: http://www.dolcevitaonline.it/il-grano-terminator/
https://zapping2017.myblog.it/

fonte: http://alfredodecclesia.blogspot.it/

lunedì 4 giugno 2018

uccidete gli emigranti italani


Il pregiudizio contro gli italiani, anche detto antitalianismo, fu un fenomeno di discriminazione etnica contro gli italiani e l'Italia. Il fenomeno si attestò, ed in alcuni casi si attesta, soprattutto nei paesi del Nord America, dell'Europa centro-settentrionale e della Scandinavia. Le cause possono essere attribuite all'emigrazione italiana di massa di fine XIX secolo ed inizio XX secolo, ad alcuni eventi storici di natura bellica ed alle ostilità nazionalistiche e/o etniche.
Ultimamente è tornata sugli scudi una vignetta razzista e, palesemente, anti-italiana pubblicata originariamente dal quotidiano di New Orleans The Mascot nel lontano 1888. l'illustrazione s'intitola per quanto riguarda gli italiani e mostra scene di vita dell'immigrazione italiana in Lousiana ed alcuni consigli su come liberarsi dell'ingombrante presenza, tra cui spiccano l'arresto e l'uccisione.


Perché è importante New Orleans nel quadro dell'emigrazione italiana negli Stati Uniti?
New Orleans fu la prima città americana ad accogliere un grande numero di emigranti italiani, ancora prima che l'Italia fosse realmente una nazione. In questo contesto di povertà estrema, gli italiani spesso prendevano il lavoro dagli afroamericani che venivano liberati dalle catene dell'orrenda schiavitù cui furono soggetti per molti secoli. Durante la seconda metà del XIX secolo, a New Orleans si recarono molti siciliani grazie ad una rotta che collegava Palermo e New Orleans. Le comunità di emigranti italiani erano chiuse, e particolarmente isolate, perché la maggior parte di loro presumeva di lavorare qualche anno negli Stati Uniti prima di fare ritorno nell'amata isola. A New Orleans si sistemarono in un quartiere specifico della città che prese il nome di Little Palermo.
In questo ambiente prese vita la vignetta del quotidiano The Mascot, probabilmente come espressione di un'intolleranza verso l'emigrante italiano.


Analizzando la vignetta possiamo notare che si divide in tre immagini con altrettante didascalie. Nella prima parte si notato delle persone sedute su un marciapiede, definite come una seccatura per i pedoni, delle persone che dormono in una stanza affollata, definita come la loro camera da letto, ed un gruppo di uomini che litigano con coltelli e bastoni, analizzato come un passatempo pomeridiano.


La prima parte inferiore della vignetta disegna degli uomini in gabbia che altre persone stanno cercando di calare in mare da un molo, descritta come il modo di liberarsi di loro.


La seconda parte inferiore riporta dei poliziotti armati di manganello che arrestano gli italiani, definita come il modo di arrestarli.
La vignetta è un lampante esempio del sentimento anti-italiano che scorreva nelle vie di New Orleans. Purtroppo negli anni che seguirono la pubblicazione della vignetta accaddero importanti fatti di sangue nella città della Lousiana.
Uno dei primi fatti è noto con il termine di linciaggio di New Orleans. L'evento si verificò il 14 marzo del 1891, tre anni dopo la pubblicazione della vignetta razzista.
Cosa avvenne quel maledetto giorno di marzo?
Nel 1890 a New Orleans si trovava un cospicuo numero di italiani: su una popolazione totale della città di quasi 275.000 persone ben 30.000 (circa) erano italiani, e la maggior parte di loro erano siciliani. Purtroppo con gli onesti si spostarono anche i criminali. Sulle sponde del Golfo giunsero la mafia e la criminalità quotidiana. Non bastasse la delinquenza, a rendere ancora più forte il disprezzo degli americani verso gli immigrati furono le affermazioni di alcuni antropologi, Giuseppe Sergi, criminologi, Cesare Lombroso, e sociologi, Alfredo Niceforo. Questi studiosi diedero un'immagine arretrata del popolo italiano, soprattutto dei meridionali della penisola.
Nell'ambito della criminalità organizzata vi erano due famiglie che si contendevano il controllo della città: i Provenzano e i Matranga.
In questo contesto una scintilla fu sufficiente a scatenare l'incendio.



A seguito di un agguato ai danni dei Matranga da parte della famiglia rivale, iniziarono una serie di violenti scontri in città. Il sovraintendente della Polizia, Hennesey, decise di arrestare 2 membri della famiglia Matranga annunciando la propria intenzione di testimoniare a favore dei Provenzano durante un processo. Hennesey era personalmente legato alla stessa famiglia. La notte del 15 ottobre 1890 Hennesey fu raggiunto da alcuni colpi di fucili da caccia mentre tornava alla propria abitazione. Il poliziotto cercò di reagire sparando in direzione degli assalitori. Alcuni conoscenti, attirati dal rumore degli spari, cercarono di prestare aiuto e soccorso a Hennesey. Non ci fu nulla da fare. La polizia nei giorni seguenti interrogò quasi esclusivamente appartenenti alle famiglie italiane. Molti di loro furono arrestate malgrado fossero completamente estranee ai fatti di sangue. Alla fine della retata gli arrestati erano 19, tutti italiani. Undici di loro furono accusati di aver ricoperto un ruolo diretto nell'omicidio del sovraintendente. La stampa locale, già indirizzata nella direzione del razzismo verso gli italiani, e gli amministratori locali decretarono la colpevolezza degli arrestati ancora prima che un regolare processo fosse iniziato. Nel marzo dell'anno successivo, 1891, otto degli undici imputati furono giudicati non colpevoli, malgrado i biechi tentativi di costruire prove inesistenti. Gli imputati furono tenuti agli arresti in attesa di un verdetto che avrebbe ribaltato la sentenza precedente.
Il popolo di New Orleans si sentì tradito dall'esito del procedimento che fu giudicato come un processo-farsa. Il malcontento sfociò rapidamente nella violenza. Il sindaco della città, dal cognome illustre ovvero Shakespeare, definì gli italiani come “individui abbietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo, peggiori dei negri e più indesiderabili dei polacchi”.
Fu come versare benzina sul fuoco della rabbia popolare. 



Un gruppo di manifestanti si riunì in una piazza di New Orleans. Alla guida della folla vi era un avvocato, William Parkerson. La folla, armata e surriscaldata, si avviò verso la locale prigione dove erano trattenuti gli italiani. La polizia cercò d'impedire l'assalto alle celle utilizzando la diplomazia. Purtroppo il grande numero di persone e l'agitazione delle stesse comportò l'assedio degli emigranti italiani. Due furono impiccati sul posto, gli altri uccisi a colpi di fucile.
Le conseguenze politiche non si fecero attendere. L'ambasciatore italiano fu richiamato dal presidente del Consiglio, allora Antonio Starabba. A porre rimedio alla difficile situazione fu il presidente degli Stati Uniti, all'epoca dei fatti Benjamin Harrison, che decise per un risarcimento alle famiglie delle vittime italiane.
La cifra della vita di undici persone?
125.000 franchi.
Questo triste episodio non rimase isolato. Sempre in Lousiana, a Tallulah, nel 1899 furono linciati 5 italiani, tra cui tre fratelli, accusati di aver ferito il dottore del paese dopo che l'uomo aveva ucciso una capra appartenente ai fratelli.
Tra folla e follia l'unica differenza è una vocale.

Fabio Casalini

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

Bibliografia

Il Post, La vignetta razzista anti-italiana del 1888, 15 giugno 2015

Il Post, I linciaggi degli italiani in Lousiana, 26 giugno 2015

America Oggi, Frank Maselli parla dell'emigrazione italiana a New Orleans, 16 agosto 2013

Daniele Fiorentino, Gli Stati Uniti e il risorgimento d'Italia, Gangemi.2013

Stefano Luconi, La rappresentazione degli italiani nell'immaginario statunitense, 2010

Patrizia Salvietti, Corda e sapone, Donzelli editore

FABIO CASALINI – fondatore del Blog I Viaggiatori Ignoranti
Nato nel 1971 a Verbania, dove l’aria del Lago Maggiore si mescola con l’impetuoso vento che, rapido, scende dalle Alpi Lepontine. Ha trascorso gli ultimi venti anni con una sola domanda nella mente: da dove veniamo? Spenderà i prossimi a cercare una risposta che sa di non trovare, ma che, n’è certo, lo porterà un po’ più vicino alla verità... sempre che n’esista una. Scava, indaga e scrive per avvicinare quante più persone possibili a quel lembo di terra compreso tra il Passo del Sempione e la vetta del Limidario. È il fondatore del seguitissimo blog I Viaggiatori Ignoranti, innovativo progetto di conoscenza di ritorno della cultura locale. A Novembre del 2015 ha pubblicato il suo primo libro, in collaborazione con Francesco Teruggi, dal titolo Mai Vivi, Mai Morti, per la casa editrice Giuliano Ladolfi. Da marzo del 2015 collabora con il settimanale Eco Risveglio, per il quale propone storie, racconti e resoconti della sua terra d’origine. Ha pubblicato, nel febbraio del 2015, un articolo per la rivista Italia Misteriosa che riguardava le pitture rupestri della Balma dei Cervi in Valle Antigorio.