lunedì 16 ottobre 2017

lo scandalo sulla pedofilia USA (e globale) sta per scoppiare

dopo Weinstein ci saranno altri nomi di finanziatori del Clan Clinton? Anche italiani?

Donald J. Trump lo aveva promesso: la deriva pedofila in USA è e soprattutto sarà inaccettabile. Stessa linea del suo ministro della giustizia, Jeff Sessions, con cui c’è stata sì ruggine soprattutto per non aver voluto mediare la nomina del Grand Jury sul Russiagate ma sulla pedofilia e dintorni resta un’affinità totale (Sessions si sfilò dalla nomina di Mueller, lasciando la scelta al suo vice al DoJ, Rosenberg, lo stesso che poco prima contribuì in modo determinante a licenziare James Comey dall’FBI, … – Do ut des –).
Ca va sans dire che il nuovo capo dell’FBI nominato da Trump al posto di Comey, Chris Wray, è uno dei massimi esperti mondiali di pedofilia, che conosce bene avendola combattuta in prima linea.
Ora, vicini alle scadenze veramente importanti (riforma delle tasse, tetto del debito ecc.) la resa dei conti si avvvicina. Infatti sembrerebbe che molti pedofili e predatori sessuali già condannati o oggi a processo abbiano – almeno fino ad ora – un denominatore comune: erano finanziatori della campagna di Hillary Clinton nonchè ferventi filo Dem. Mi domando, possibile che esista una deriva peccaminosa in seno a certi ambienti Dem? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi possiamo solo rilevare i fatti: per ora gli indagati per abusi sessuali sono, appunto tutti Dem, Harvey Weinstein, Jeff Epstein, Anthony Weiner, Mark Salling oltre a ben 11 sindaci Dem USA. Lo riporta la stampa USA.
La scorsa settimana Donald Trump in un tweet – massimo esempio di democrazia diretta, con collegamento online con elettori e/o cittadini – ha detto che era la “quiete prima della tempesta“, senza svelare a cosa si riferiva. Magari sta scoppiando il tanto agognato scandalo pedofilo a Capitol Hill e dintorni?
E, visti i passati scandali pedofili sempre ben occultati in Europa (…), ci sarà anche il coinvolgimento di soggetti Europei? E, nel caso il Clan Clinton dovesse emergere essere veramente collegato a tale deriva criminogena, gli “uomini” del Clan in Europa ed anche in Italia che fine farebbero? Potranno restare al loro posto, dopo essere avvicinati al sospetto di cotanto sgarbo peccaminoso?
Ammettiamolo, molti avevano annunciato per tempo che sarebbe finita così (…). Per adesso il vero pezzo da ’90 dello spettacolo e della comunicazione USA, il fondatore di Miramax ovvero uno dei più premiati produttori di Hollywood, H. Weinstein, è caduto nella rete degli abusi sessuali. Verrà giudicato. E tutti si affrettano ad abbandonarlo, mediaticamente. Anche la mitica Meryl Streep. Tutto il mondo è paese.
Sarà solo l’antipasto? E – punto essenziale – forse il mondo di Hollywood ed i media in genere da oggi in avanti coglieranno l’occasione per cambiare registro sulle fake news, troppo spesso anti Trump? Magari sapendo che “in troppi al vertice” rischiano grosso?
Lo abbiamo ricordato in passato che Trump a breve avrebbe avuto il comando totale delle operazioni d’oltreoceano con un potere – per la pervasività dei ruoli coperti su sua indicazione e per il numero di governatori e maggioranze oltre che ruoli operativi – mai visto dalla guerra civile americana. Manca solo la Fed, che sarà ufficialmente allineata dal febbraio prossimo, sebbene le dimissioni di Stanely Fischer di fatto abbiano già portato Janet Yellen in minoranza, ben sapendo che il presidente può rapidamente eleggere diversi governatori che rinnegherebbero immediatamente la linea Dem degli ultimi 8 anni.
Tutto cambia perchè nulla cambi. Poi un giorno si scopre che qualcosa è successo durante la notte. Ed il domani diventa diverso da ieri. E tutti applaudono al cambiamento…
Vedremo se anche i censori della rete continueranno a perseverare con la linea, appunto, indirizzatamente oscurantista degli scorsi mesi ed anni.
Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

un mondo migliore? No, grazie. Così la letteratura è morta

Il romanzo di Vladimir Dudintsev “Non di solo pane” è stato pubblicato nel 1956. E’ stato un grande successo nell’Unione Sovietica con la sua critica dei modi sovietici stagnati ed inefficienti. Insieme ad altri autori russi, come Vasily Grossman e Aleksandr Solzhenitsyn, Dudintsev è stato parte di un’ondata di scrittori che hanno cercato di usare la letteratura per cambiare la società. Quel tipo di approccio sembra essere sfiorito, sia nei paesi dell’ex Unione Sovietica, sia in occidente. Ad un certo punto, fra il secondo e il terzo secolo D.C., la letteratura latina dell’Impero Romano è morta. Non che le persone abbiano smesso di scrivere, al contrario, il tardo Impero Romano d’Occidenteha visto una piccola rinascita della letteratura latina, soltanto che non sembra che avessero più niente di interessante da dire. Se consideriamo i tempi d’oro dell’Impero, intorno al primo secolo A.C., è probabile che molti di noi siano in grado pensare ad almeno qualche nome di letterati di quel tempo: poeti come Virgilio ed Orazio, filosofi come Seneca, storici come Tacito. Ma se ci spostiamo agli ultimi secoli dell’Impero d’Occidente, è probabile di non essere in grado di pensare a nessun nome, a meno che non si legga Gibbon e ci si ricordi che cita il poeta del IV secolo Ausonio per evidenziare il cattivo gusto del tempo.
Sembra che l’Impero Romano avesse perso la sua anima molto prima di scomparire come organizzazione politica. Spesso, ho l’impressione che stiamo seguendo la stessa strada verso il collasso seguita dall’Impero Romano, ma più rapidamente. Fatevi Hemingwayquesta domanda: riesco a citare un pezzo letterario recente (intendo, diciamo, di 10 o 20 anni) che penso che i posteri ricorderanno? (E non come esempio di cattivo gusto). Personalmente non ci riesco. E penso che si possa dire che la letteratura nel mondo occidentale abbia declinato a partire degli anni 70, più o meno, e che oggi non sia più una forma d’arte vitale. Naturalmente, le percezioni in questo campo potrebbero essere molto diverse, ma posso citare un sacco di grandi romanzi pubblicati durante la prima metà del XX secolo, racconti che hanno cambiato il modo in cui le persone guardavano il mondo. Pensate alla grande stagione degli scrittori americani a Parigi degli anni 20 e 30, pensate a Hemingway, a Fitzgerald, a Gertrude Stein e a molti altri. E a come la letteratura americana ha continuato a produrre capolavori, da John Steinbeck a Jack Kerouac ed altri. Ora, siete in grado di citare uno scrittore americano equivalente successivo?
Pensate a grandi scrittori come John Gardner, che scriveva negli anni 70 ed oggi è stato in gran parte dimenticato. Qualcosa di simile sembra essere successo dall’altra parte della Cortina di Ferro, dove diversi scrittori sovietici dotati (Dudintsev, Grossman, Solzhenitsyn ed altri) hanno prodotto un corpus letterario negli anni 50 e 60 che ha fortemente cambiato l’ortodossia sovietica ed ha giocato un ruolo nel crollo dell’Unione Sovietica. Ma non sembra che esista più nulla di paragonabile nei paesi dell’Europa dell’est che si possa paragonare a quei romanzi. Non è solo una questione di letteratura scritta, le arti visuali sembrano aver attraversato lo stesso processo di appassimento: pensate a Guernica di Picasso (1937) come ad un esempio. Riuscite a pensare a qualcosa dipinta negli ultimi decenni con un impatto lontanamente comparabile? KerouacRiguardo ai film, quale è stato davvero originale o ha cambiato la percezione del mondo? Forse coi film stiamo facendo meglio che con la letteratura scritta, perlomeno alcuni film non passano inosservati, anche se i loro meriti letterari sono discutibili.
Pensate a “La notte dei morti viventi” di George Romero, che risale al 1968 e che ha generato uno tsunami di imitazioni. Pensate a “Guerre Stellari” (1977), che ha plasmato un intero piano strategico dei militari statunitensi. Ma durante l’ultimo decennio, più o meno, l’industria cinematografica non sembra essere stata in grado di fare meglio che lanciare legioni di zombi e mostri assortiti contro gli spettatori. Non che non abbiamo più bestseller, proprio come abbiamo film da blockbuster. Ma siamo in grado di produrre qualcosa di originale e rilevante? Sembra che abbiamo ripercorso i passi dell’Impero Romano: non siamo più in grado di produrre un Virgilio, al massimo un equivalente di Ausonio. E c’è una ragione per questo. La letteratura, quella grande, ha a che fare col cambiare la visione del mondo del lettore. Un grande romanzo, un grande poema, non sono solo una trama interessante o Star Warsdelle belle immagini. La buona letteratura porta avanti un sogno: il sogno di un mondodiverso. E quel sogno cambia il lettore, lo rende diverso. Ma per svolgere questa azione, il lettore deve essere in grado di sognare un cambiamento. Deve vivere in una società dove sia possibile, almeno teoricamente, mettere in pratica i sogni. Ma non è sempre così.
Nell’Impero Romano del IV e V secolo D.C., il sogno era scomparso. I Romani si erano ritirati dietro le loro fortificazioni ed avevano sacrificato tutto – compresa la loro libertà – in nome della sicurezza. La poesia era diventata semplicemente una lode al governante di turno, la filosofia una compilazione dei lavori precedenti e la storia una mera cronaca. Una cosa del genere sta capitando a noi oggi: dove sono finiti i nostri sogni? Ma è anche vero l’uomo non vive di solo pane. Ci servono i sogni come ci serve il cibo. E i sogni sono qualcosa che l’arte ci può portare; sotto forma di letteratura o altro, non importa. E’ il potere dei sogni che non può mai scomparire. Se la letteratura romana era scomparsa come fonte originale di sogni, poteva ancora funzionare come veicolo di sogni provenienti dall’esterno dell’impero. Dal Confine Orientale dell’Impero, i culti di Mitra e di Cristo avrebbero fatto incursioni profonde nelle menti romane.
All’inizio del V secolo, in una città di provincia meridionale assediata dai barbari, Agostino, il vescovo di Ippona, ha Ugo Bardicompletato “La Città di Dio”, un libro che leggiamo ancora oggi e che ha cambiato per sempre il concetto di narrativa; è stato forse il primo romanzo – in senso moderno – mai scritto. Pochi secoli dopo, quando l’Impero non era niente di più che una memoria spettrale, un poeta sconosciuto ha composto il Beowulf e, ancora più tardi, è apparsa la saga dei Nibelunghi. Durante questo periodo, sono cominciate ad apparire le storie sul signore della guerra della Britannia che poi sarebbero confluite nel Ciclo Arturiano, forse il cuore della nostra visione moderna della letteratura epica. Così, il sogno non è morto. Da qualche parte, ai margini dell’impero, o forse al di fuori di esso, qualcuno sta sognando un bel sogno. Forse lo scriverà in una lingua lontana o forse userà il linguaggio dell’Impero. Forse userà un mezzo diverso dalla parola scritta, non possiamo dirlo. Ciò che possiamo dire è che, un giorno, questo nuovo sogno cambierà il mondo.
(Ugo Bardi, “Dove sono finiti tutti i nostri sogni? La morte della letteratura occidentale”, dal blog di Bardi del 21 gennaio 2015).

fonte: http://www.libreidee.org/

giovedì 12 ottobre 2017

la tragedia silenziosa che sta colpendo i bambini di oggi


bambini
"Occorre fare dei cambiamenti nella vita dei nostri bambini prima che un’intera generazione vada sotto farmaci"


"C’è una tragedia silenziosa che si sta svolgendo proprio ora, nelle nostre case, e riguarda i nostri gioielli più preziosi: i nostri bambini. Attraverso il mio lavoro con centinaia di bambini e genitori come ergoterapista, ho visto questa tragedia svolgersi proprio sotto i miei occhi. I nostri bambini sono in uno stato emotivo devastante!". Inizia così un articolo di Victoria Prooday, una psicoterapeuta canadese (di origini ucraine) specializzata in ergoterapia e che lavora con bambini, genitori e insegnanti.

Come si legge nell'articolo (letto da 10 milioni di persone), negli ultimi 15 anni sono state pubblicate statistiche allarmanti circa il continuo aumento di disturbi psicologici nei bambini, che stanno raggiungendo livelli quasi epidemici:

- 1 bambino su 5 ha problemi di salute mentale
- I disturbi dello spettro ADHD (deficit di attenzione/iperattività) sono aumentati del 43%
- Fra gli adolescenti, la depressione è aumentata del 37%
- Nei ragazzi tra i 10 e i 14 anni, i suicidi sono aumentati del 200%.
- Quante altre prove ci servono per svegliarci?

Secondo l'autrice all'origine dei problemi attuali di molti bambini vi sarebbero i genitori e l'ambiente circostante.

Oggi i bambini vengono privati delle basi per un’infanzia sana, cioè: genitori emotivamente presenti, limiti ben definiti e figure di guida, responsabilità, alimentazione equilibrata e numero adeguato di ore di sonno, movimento e vita all’aria aperta, gioco creativo, interazioni sociali, opportunità di avere del tempo libero e momenti di noia.

Al contrario oggi ai bambini vengono offerti: genitori “digitalmente distratti”, genitori indulgenti che permettono ai figli di “comandare”, convincimento che tutto gli è dovuto, alimentazione non equilibrata e poche ore di sonno, vita sedentaria dentro casa, stimolazioni continue, babysitter tecnologiche, gratificazioni immediate, assenza di momenti di noia.

Cosa fare dunque? Ecco i consigli della psicoterapeuta ai genitori:

- Fissate dei limiti, e ricordate che voi siete i genitori del bambino, non degli amici.
- Offrite al bambino uno stile di vita di bilanciato, ricco di ciò di cui ha bisogno, non solo di ciò che vuole.
- Non abbiate paura di dire “No!” quando ciò che il bambino vuole non è ciò di cui ha bisogno.
- Date a vostro figlio cibi nutrienti e limitate gli snack
- Trascorrete almeno un’ora al giorno in uno spazio verde: andando in bici, camminando, pescando, osservando insetti o uccelli.
- Mettete via i cellulari durante i pasti
- Fate giochi da tavolo
- Fate svolgere al bambino piccoli lavori domestici
- Assicuratevi che il bambino dorma un numero sufficiente di ore in una camera priva di dispositivi tecnologici.

Insegnategli la responsabilità e l’indipendenza e non proteggetelo dai piccoli fallimenti. In questo modo, imparerà a superare le grandi sfide della vita.

- Non siate voi a preparargli lo zaino per la scuola, non portateglielo voi, se ha dimenticato a casa il pranzo o il diario non portateglielo a scuola, non sbucciate una banana per un bambino di 5 anni. Insegnategli piuttosto come si fa.

Cercate di ritardare le gratificazioni e fornitegli opportunità di “annoiarsi”, perché è proprio nei momenti di noia che si risveglia la creatività:

- Non ritenetevi la fonte d’intrattenimento dei vostri figli
- Non curate la noia con la tecnologia
- Non usate strumenti tecnologici durate i pasti, in macchina, al ristorante, nei supermercati. - - Usate questi momenti come opportunità per insegnare ai bambini a essere attivi anche nei momenti di noia
- Aiutateli a creare un “kit di pronto soccorso” della noia, con attività e idee per questi momenti.
- Siate presenti per i vostri bambini e insegnate loro come disciplinarsi e comportarsi:
- Spegnete i cellulari finché i bambini non vanno a letto, per evitare di essere distratti
- Insegnate al bambino come riconoscere e gestire la rabbia o la frustrazione
- Insegnategli a salutare, a condividere, a stare a tavola, a ringraziare
- Siategli vicini dal punto di vista emotivo: sorridetegli, abbracciatelo, leggete per lui, giocate insieme.

"Occorre fare dei cambiamenti nella vita dei nostri bambini prima che un’intera generazione vada sotto farmaci. Non è ancora troppo tardi, ma presto potrebbe esserlo", conclude  Victoria Prooday.

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

martedì 10 ottobre 2017

eurogendfor

la super polizia con diritto di vita o di morte, il nuovo nazismo europeo, avanza.

E’ pubblicato sul sito dell’U.N.A.C oltre che sulla Gazzetta Ufficiale. L’Arma verso lo scioglimento. L’Unione Europea impone la smilitarizzazione della quarta Forza Armata e l’accorpamento dei carabinieri alla Polizia di Stato.
L’Arma dei carabinieri in un futuro più o meno prossimo, ma certamente non remoto, è destinata ad un inevitabile scioglimento“.
Poco più di tre anni fa la Camera dei Deputati ratificava ad unanimità l’accordo europeo per la costituzione di una forza armata speciale, chiamata EGF.
La Forza di gendarmeria europea (Eurogendfor o EGF) è il primo Corpo militare dell’Unione Europea a carattere sovranazionale. La EGF è composta da forze di polizia ad ordinamento militare dell’UE in grado di intervenire in aree di crisi, sotto egida NATO, ONU, UE o di coalizioni costituite “ad hoc” fra diversi Paesi.
Eurogendfor può contare su una forza di 800 “gendarmi” mobilitabile in 30 giorni, più una riserva di altri 1.500; il tutto gestito da due organi centrali, uno politico e uno tecnico. Il primo è il comitato interdipartimentale di alto livello, chiamato CIMIN, acronimo di Comité InterMInistériel de haut Niveau, composto dai rappresentanti dei ministeri degli Esteri e della Difesa aderenti al trattato. L’altro è il Quartier generale permanente (PHQ), composto da 16 ufficiali e 14 sottufficiali (di cui rispettivamente 6 e 5 italiani). I sei incarichi principali (comandante, vicecomandante, capo di stato maggiore e sottocapi per operazioni, pianificazione e logistica) sono ripartiti a rotazione biennale tra le varie nazionalità, secondo gli usuali criteri per la composizione delle forze multinazionali.
Non si tratta quindi di un vero corpo armato europeo, un inizio di esercito unico europeo, nel qual caso si collocherebbe alle dipendenze di Commissione e Parlamento Europeo, ma di un semplice corpo armato sovra-nazionaleche, in quanto tale, gode di piena autonomia. Infatti, la EGF non è sottoposta al controllo dei Parlamenti nazionali o del Parlamento europeo, ma risponde direttamente ai Governi, attraverso il citato interministeriale (CIMIN)-
L’articolo 21 del trattato di Velsen, con cui viene istituito questo corpo d’armata sovranazionale, prevede l’inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi di Eurogendfor.
L’articolo 22 immunizza le proprietà ed i capitali di Eurogendfor da provvedimenti esecutivi dell’autorità giudiziaria dei singoli stati nazionali.
L’articolo 23 prevede che tutte le comunicazioni degli ufficiali di Eurogendfor non possano essere intercettate.
L’articolo 28 prevede che i Paesi firmatari rinuncino a chiedere un indennizzo per danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni.
L’articolo 29 prevede infine che gli appartenenti ad Eurogendfor non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante che nel ricevente, in tutti quei casi collegati all’adempimento del loro servizio.
Nel trattato di Velsen c’è un’intera sezione intitolata “Missions and tasks“, in cui si apprende che Eurogendfor potrà operare “anche in sostituzione delle forze di polizia aventi status civile”, in tutte le fasi di gestione di una crisi e che il proprio personale potrà essere sottoposto all’autorità civile o sotto comando militare.
Tra le altre cose, rientra nei compiti dell’Eurogendfor:
garantire la pubblica sicurezza e l’ordine pubblico
eseguire compiti di polizia giudiziaria (anche se non si capisce per conto di quale Autorità Giudiziaria)
controllo, consulenza e supervisione della polizia locale, compreso il lavoro di indagine penale
dirigere la pubblica sorveglianza
operare come polizia di frontiera
acquisire informazioni e svolgere operazioni di intelligence
Il 14 maggio 2010 la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana ratifica l’accordo. Presenti 443, votanti 442, astenuti 1. Hanno votato sì 442: tutti, nessuno escluso. Poco dopo anche il Senato dà il via libera, anche qui all’unanimità. Il 12 giugno 2010 il Trattato di Velsen entra in vigore in Italia.
La legge di ratifica n° 84 riguarda direttamente l’Arma dei Carabinieri, che verrà assorbita nella Polizia di Stato, e questa degradata a polizia locale di secondo livello. Allo stesso tempo, l’art.4 della medesima legge introduce i compiti dell’ Eurogendfor, tra cui:
condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;
Assolvere a compiti di, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d’intelligence;
proteggere le persone e i beni e mantenere l’ordine in caso di disordini pubblici.
In pratica, significa che avremo per le strade poliziotti veri e propri, che non rispondono direttamente delle loro azioni né allo Stato italiano, né all’Unione Europea.
Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

pedofilia, premiato il docufilm italiano che inguaia papa Bergoglio

Una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza; divieto di qualsiasi contatto con i minori; assidua sorveglianza da parte di responsabili individuati dal vescovo di Verona». È la pena più pesante inflitta ai sacerdoti pedofili protagonisti di una delle più agghiaccianti vicende di violenza su minori compiuti in ambito ecclesiastico mai emerse in Italia: gli stupri di decine di ospiti dell’Istituto per bambini sordomuti A. Provolo di Verona, perpetrati lungo tutta la seconda metà del secolo scorso. Uno dei destinatari di questo «precetto penale» comminato dalla Santa Sede è don Eligio Piccoli, come si legge nella lettera (di cui Left è in possesso) che fu inviata il 24 novembre 2012 dal presidente del Tribunale ecclesiastico di Verona, monsignor Giampietro Mazzoni, all’avvocato delle vittime riunite nell’associazione sordi Provolo. Per le violenze compiute nell’istituto, nel quale era educatore, Piccoli era stato riconosciuto colpevole al termine di una inchiesta indipendente affidata dalla Santa Sede a un magistrato “laico”, Mario Sannite. Si trattava in quel momento, nel 2012, dell’unica inchiesta mai avvenuta sul Provolo. A causa della prescrizione la magistratura italiana non era potuta intervenire. Come i nostri lettori sanno, all’epoca raccontammo questa storia su Left (aggiornandola successivamente diverse volte). Era l’ennesima puntata di una vicenda iniziata nel 2009 quando alcune delle vittime ormai adulte resero pubbliche le violenze subite, dopo aver preso coraggio sulla scia di situazioni analoghe accadute in tutta Europa (Irlanda, Olanda, Belgio, Inghilterra, Germania etc).
Oggi si torna a parlare nuovamente di don Eligio Piccoli in occasione dei “DIG Awards 2017”, i premi internazionali per le migliori inchieste e reportage video della scorsa stagione. È lui infatti il protagonista de Il caso Provolo, l’inchiesta realizzata da Sacha Biazzo per Fanpage.itche ha vinto il primo premio della sezione “Short”. Il docufilm di Biazzo dura circa 15 minuti e don Piccoli da un letto di ospedale conferma al bravo giornalista quanto emerse dall’inchiesta di Sannite parlando di almeno 10 preti coinvolti e confessando di aver abusato. Come è noto, molti preti della lista presentata dall’associazione Sordi Provolo al magistrato incaricato dalla Santa Sede oggi sono morti, alcuni sono stati trasferiti in Argentina e altri – come don Piccoli e don Pernigotti per citarne un paio – sono ancora in vita.
Riassumiamo in breve la storia. Le accuse formulate da 67 giovani ospiti dell’Istituto sin dalla metà degli anni 80 e inascoltate per quasi 30 anni, riguardavano 25 persone tra sacerdoti e fratelli laici. Al termine dell’indagine nel 2012 Sannite ravvisò elementi di colpevolezza solo per tre di loro: don Piccoli, don Danilo Corradi e frate Lino Gugole. Per Corradi le accuse «non risultano provate», ma «stante il dubbio», la Santa Sede formulò nei suoi confronti un’ammonizione canonica, vale a dire «una stretta vigilanza da parte dei responsabili dei suoi comportamenti». Corradi (come del resto don Piccoli) è pertanto rimasto prete ed è finito sotto il controllo di chi per anni aveva ignorato le accuse nei suoi confronti. Ancor più sconcertante, se possibile, il paragrafo relativo al terzo uomo.
«Gugole – si legge nel testo della Santa sede – è affetto da una grave forma di alzheimer che lo rende del tutto incapace di intendere e di volere. È ricoverato in una casa di riposo presso l’ospedale di Negrar. Nessun provvedimento, stante la sua condizione, è stato preso nei suoi confronti». In realtà sarebbe stato difficile anche solo recapitargli di persona un telegramma, poiché, come mi raccontò nel 2013 il portavoce dell’associazione, Marco Lodi Rizzini, «Lino Gugole è morto nel 2011, con tanto di necrologi pubblicati sui giornali locali e i gazzettini parrocchiali». Cioè un anno prima della “sentenza”.
Riguardo gli altri accusati la Santa Sede liquidò la faccenda affermando che su alcuni di loro – quelli davvero rimasti in vita – avrebbero continuato a indagare. Ma, come vedremo, non risulta. Tra i “prosciolti” infatti figura il nome di don Nicola Corradi (che non è parente di don Danilo) finito in carcere nel novembre del 2016 a Mendoza in Argentina con l’accusa di aver abusato alcuni bambini nella più importante sede sudamericana del Provolo in cui fu trasferito a metà anni 80 dal Vaticano e di cui è stato direttore fino all’arresto. E c’è anche il nome dell’ex vescovo di Verona mons. Giuseppe Carraro, per il quale il 16 luglio 2015 papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione del decreto riguardante le sue «virtù eroiche», inserendolo tra i venerabili, primo passo verso la beatificazione. Il loro accusatore, Gianni Bisoli, nel 2012 era stato ritenuto inattendibile nonostante la minuziosa descrizione della stanza in cui era costretto a «masturbazioni, sodomizzazioni e rapporti orali».
In particolare, Bisoli ha sempre raccontato di essere stato violentato dal vescovo anche nel 1964, durante il suo ultimo anno di permanenza nell’istituto. Tuttavia, quando lo intervistai nel 2013 per uno dei miei libri su Chiesa e pedofilia, mi spiegò che il dottor Sannite gli fece vedere un documento firmato da don Danilo Corradi nel quale era apposta come data di sua dismissione dall’Istituto Provolo il 20 giugno 1963. La data quindi non coincideva con la ricostruzione fornita dalla presunta vittima. Ebbene, mi disse Bisoli, «sull’originale che mi fu mostrato la data ha un refuso, appare abrasa e modificata ed è scritta con una grafia diversa rispetto al resto del documento, ma soprattutto è antecedente a quella della mia ultima pagella a firma dell’insegnante don Eligio Piccoli, che ricordavo datata 27 giugno 1964». A nulla portarono le sue perplessità. Nonostante le evidenti manomissioni non fu creduto.
Ma proprio la grossolana manomissione potrebbe costar caro alla diocesi di Verona sotto la cui giurisdizione ricade l’istituto cattolico per sordomuti. A gennaio scorso è stata aperta un’inchiesta nei confronti dei responsabili del Provolo da parte della magistratura scaligera in seguito ad alcuni esposti presentati dall’associazione Rete L’Abuso. E in seguito, il 27 febbraio, anche l’associazione sordi Provolo e Bisoli – che nel frattempo ha ritrovato l’originale della pagella del 1964 – hanno depositato formale querela per la presunta manomissione del documento.
Inoltre, in riferimento all’arresto di don Nicola Corradi, il 29 marzo, la Rete L’Abuso e Bisoli, come riportano diverse testate locali e non, hanno chiesto tramite un esposto alla procura di Verona di accertare eventuali omissioni giuridicamente rilevanti «in capo ai soggetti preposti al controllo dell’operato dei sacerdoti pure in termini di insufficiente vigilanza o di negligenza nel mettere in atto le cautele necessarie ad impedire la reiterazione di gravi reati come quello di pedofilia». Vale a dire i responsabili dell’istituto di Verona. La sede legale dell’istituto Provolo argentino sito in Mendoza e diretto da Corradi fino all’arresto risulta infatti coincidere con quella italiana, in Stradone Provolo 20, a dieci minuti a piedi dalle più famose attrazione turistiche del capoluogo scaligero: l’Arena e la casa di Giulietta.
Nei confronti di don Nicola, oggi 80enne, la magistratura italiana non è mai potuta intervenire per via della prescrizione ma il presidente della Rete l’Abuso, Francesco Zanardi, mi ha spiegato che l’esposto serve ad appurare eventuali responsabilità della diocesi di Verona: «Abbiamo chiesto di verificare se ci sono state omissioni e negligenze, dal momento che Corradi era già stato denunciato dalle vittime italiane ben prima dei fatti di cui è accusato in Argentina, senza che venisse preso alcun provvedimento». L’obiettivo di Rete l’Abuso è far riaprire il caso anche in Italia. «Perché – si chiede Zanardi – don Corradi nonostante le accuse nei suoi confronti venne trasferito dalla Curia di Verona in un’altra sede, sempre a contatto con dei minori, invece di essere rimosso dai suoi incarichi?».
Questa domanda ci riporta a don Eligio Piccoli e al documentario di Sacha Biazzo. Ascoltando ciò che questo sacerdote afferma davanti alla cinepresa appare evidente che la condanna ecclesiastica a «una vita unicamente dedita alla preghiera e alla penitenza» non abbia sortito alcun effetto. Seppur affaticato dalla malattia fisica che lo costringe in ospedale, don Piccoli racconta di aver abusato con estrema naturalezza e che altri suoi “colleghi” preti lo hanno fatto (nel video esibisce un ghigno mostruoso).
Tipica dei pedofili è la totale assenza di emozioni. Come ho potuto riscontrare più volte, nel caso dei preti l’unica preoccupazione è di aver peccato. Questa idea distorta è figlia di una cultura secondo la quale in fin dei conti è il bambino, diavolo seduttore, a indurre in tentazione il sant’uomo. E questo cede, offendendo Dio.
La realtà però è un’altra e dice senza appello che la pedofilia non è un’offesa alla castità, non è un delitto contro la morale, non è il Male. Non è un atto di lussuria come peraltro scrivono certi giornalisti affermati citando il canone 2351 del Catechismo della Chiesa cattolica. L’abuso non è un rapporto sessuale tra due persone consenzienti che si lasciano andare ma è pura violenza agita da un adulto nei confronti di un bambino “scelto” con “cura” dal suo violentatore. Il pedofilo non prova alcun desiderio, è una persona anaffettiva. La vittima, in quanto in età prepuberale, non ha e non può mai avere né sessualità, né desiderio.
Chi abusa un bambino è un grave malato mentale ma non occorre essere psichiatri per comprendere che non può guarire invocando la madonna. Basta un minimo di buon senso. A meno che non si pensi – come fanno i religiosi cattolici, pedofili e non – che l’abuso è un “atto impuro” (VI Comandamento), cioè, appunto, un peccato. Seppur annoverato tra i delitti più gravi, secondo la visione degli appartenenti al clero si tratta di un crimine contro la morale. “Abuso morale” lo ha definito Benedetto XVI nel 2013 e di recente anche papa Francesco nella premessa all’autobiografia di una vittima di sacerdote pedofilo. Di conseguenza i responsabili devono risponderne a Dio, nella persona del suo rappresentante in terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte. È sempre stato così ed è così anche oggi sotto il pontificato del presunto innovatore argentino.
Appena eletto, papa Francesco ha messo in cima alla agenda pontificia la lotta contro la pedofilia. Dedicando a questo tema almeno un annuncio a settimana, non mancando mai di farsi fotografare con atteggiamenti affettuosi – a volte ricambiati, a volte no – in mezzo a dei bambini, emanando una serie di decreti volti ad accentrare in Vaticano tutte le indagini e le decisioni sui casi più scabrosi e ad avvicinare le norme della Santa Sede alle indicazioni della Convezione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siglata nel 1991 e ratificata nel 2014. Segnali forti, amplificati dalla parola d’ordine spesso pronunciata dal pontefice argentino e diligentemente rilanciata dai media italiani: «Tolleranza zero». Un passaggio epocale, sulla carta, è avvenuto il 5 settembre 2016, con l’emanazione del decreto Come una madre amorevole che prevede, oltre all’inasprimento delle misure anti-abusi, la rimozione dei vescovi responsabili di condotta negligente del proprio ufficio nei casi di violenza su minori o adulti vulnerabili. Vale a dire, di insabbiamento delle denunce relative a preti pedofili. Poco più di un anno prima, il 5 giugno 2015 al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di vescovi negligenti, secondo quanto si legge sul sito della Santa Sede, al papa era stata sottoposta, da una commissione consultiva appositamente insediata, la proposta di creare un Tribunale apostolico all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia. Si trattava solo di un suggerimento ma la stampa italiana annunciò il tribunale dei vescovi come cosa fatta descrivendolo come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio. In realtà la stessa pena, ossia la rimozione del porporato insabbiatore, colmava un vuoto procedurale poiché era già disciplinata sin dal 1962 dalla legislazione canonica vigente per cause gravi (Crimen sollicitationis) e rinnovata nel 2001 da un provvedimento di Giovanni Paolo II (De delictis gravioribus). Ma senza essere mai applicata. E cosa ancor più interessante, il tribunale seppur annunciato e osannato non è mai entrato in funzione né mai accadrà perché il papa non lo ha mai creato. A dare la smentita – con quasi due anni di ritardo rispetto ai titoli a nove colonne dei media nostrani – è stato il 5 marzo scorso niente meno che il prefetto della Cdf, card. Gerard Müller, il quale intervistato dal Corriere della sera ha precisato che il tribunale per i vescovi «era solo un progetto».
Questi sono solo alcuni esempi di come la Chiesa di papa Francesco stia affrontando la questione delle violenze sui minori al proprio interno. La strategia è collaudata e vincente: cambiare tutto per non cambiare niente. Alle parole del papa, alle sue intenzioni, ai suoi desiderata raramente, per non dire mai, seguono dei fatti concreti. E su questo i media sono disposti a chiudere un occhio, molto spesso tutti e due.
In questa ottica il la voro di Sacha Biazzo andrebbe doppiamente premiato, in quanto contribuisce a mantenere viva l’attenzione sull’inerzia e sulla tolleranza (verso i preti violentatori) del Vaticano che dunque, anche sotto Bergoglio, continua a combattere la pedofilia solo a parole. Al più, a colpi di avemaria.
Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

martedì 3 ottobre 2017

il tempio dell'impossibile


E alla fine bisogna fare i conti anche con lei. La costruzione più ambiziosa, più stravagante, più concettualmente impegnativa e più realizzativamente colossale di tutto il secolo che abbiamo alle spalle (ed è partita nel secolo ancora precedente, nel 1883). 
Non ci sono Grattacieli newyorkesi o Grand Arche parigini o modernissime e strabilianti costruzioni asiatiche che tengano, la Sagrada Familia di Barcellona è l’ultima, autentica, vera, immensa opera comunitaria dell’umanità. L’unica che ancora oggi, in piena e febbrile costruzione, possa tenere un confronto storico, artistico e filosofico con le grandi cattedrali del Medioevo, con Chartres, con Notre-Dame, e con il tempio della cristianità per eccellenza, la nostra Basilica di San Pietro, con la quale condivide anche la lunghezza dei tempi di realizzazione e il concetto stesso di “fabbrica” in continua evoluzione e trasformazione.



Questo è senza dubbio il primo aspetto, forse quello fondamentale, che lo stesso Gaudì prendendo in mano il progetto alla fine dell’ottocento volle da subito imprimere all’opera. Il concetto di grande impresa al limite delle possibilità umane. L’idea di una costruzione che travalicasse i confini umani e storici, che rappresentasse la capacità dell’uomo di superare se stesso nel suo rapporto con il divino in una commistione inestricabile fra lo sforzo intellettuale dell’idea e quello fisico della realizzazione. Un opera che fosse tutt’uno con l’impresa del costruirla. Un’opera che con i decenni è diventata essa stessa l’impresa della sua costruzione.
L’idea, mai fissa e anch’essa mutabile e mutata nel corso della vita del genio e poi nel corso del secolo che lo ha seguito, è una summa ideologica e simbolica di tutto il suo fantastico, della sua capacità di cogliere la natura e riprodurla nelle forme e nella sostanza attraverso la pietra, il ferro, il cemento.


La Sagrada Familia è un’allucinazione che diventa realtà sotto i nostri occhi, e non c’è altro luogo al mondo dove ci sia dato di vedere in modo così chiaro ed esplicito come la sintesi puramente mentale fra tutti gli elementi naturali ed intellettuali che coesistono nella nostra mente si possa materializzare in un unico punto dello spazio e in un sistema immensamente complesso di elementi tutti concorrenti verso un unico obiettivo, indipendentemente da quanto questo sia lontano nel tempo.


Difficile dire quale sia il modo migliore per arrivarci e per guardarla, anche perché è dotata di una tale infinità di punti di vista possibili che ognuno è quello buono e nessuno li esaurisce tutti. Arrivarci da lontano, magari a piedi, lungo una delle Avenide che convergono verso di lei significa constatarne lentamente la grandezza e la complessità e sentirsi via via rimpicciolire fino a diventare (giustamente) polvere una volta giunti al suo cospetto. Uscire dalla metropolitana e trovarsela addosso tutta insieme significa invece sbucare da un cunicolo e trovarsi improvvisamente nella tana di un immenso granchio, pieno di zampe e altre parti non meglio identificabili, ricoperto di incrostazioni marine, indefinibile nei suoi contorni, incombente e minaccioso, meraviglioso da far tremare di terrore. E significa anche scattare improvvisamente in su con lo sguardo, a rischio di una fitta al collo, perché si è costretti immediatamente a salire salire salire fino alle cime delle torri che sembrano non finire mai, attorcigliandosi verso il cielo in un moto perpetuo e mai finito.
Non c’è un punto della costruzione che appaia uguale ad un altro, e se distogli un attimo lo sguardo e poi ce lo riposi a volte lo stesso punto non è neanche più uguale a se stesso. I pinnacoli sembrano degli immensi termitai che sbucano dalla savana, e così ti puoi definitivamente sentire una formica anche solo a guardarli, oppure ti evocano in modo terribilmente preciso i castelli fatti da bambino sulla spiaggia facendo gocciolare la sabbia bagnata, e quindi, se non ti basta sentirti formica, puoi sempre aspettarti di vedere apparire un bambino mostruosamente grande che ne fa gocciolare ancora un po’ e ti seppellisce definitivamente sotto una montagna di fango.


Ciò che poi scopri ad ogni angolo e da ciascuna nuova angolazione, è un campionario pressoché infinito di idee che prendono forma, e soprattutto la mutano continuamente sotto i tuoi occhi. E così le navate diventano foreste, e le volte le chiome di alberi stilizzati all’estremo, l’interno delle torri è un vortice di spirali che arrivano dirette dalle conchiglie fossili, e poi pinnacoli che innalzano al cielo grappoli di smisurati e coloratissimi frutti, e poi ancora scritte sacre che si avvolgono colorate intorno ai tortiglioni come fossero mastodontici fumetti a riunire in un solo carattere il sacro e il profano. Un delirio di forme mai ripetitive e tutte legate da una unica irresistibile e ferrea logica.
Guardare la Sagrada, giragli intorno, entrare e poi sa-lire sulle torri, non è una semplice visita ad una chiesa o a un monumento, è un viaggio inverosimile attraverso la mente umana, il suo spirito, i suoi demoni e la sua capacità di raziocinio. E’ un attraversamento in sospensione dei sensi di una rete inestricabile dove la scienza e la matematica e la filosofia e lo spirito non si dividono mai uno dall’altro. Follia ragionata, razionalità paradossale. Un ossimoro che si fa monumento sotto i nostri occhi.


E’ stato giustamente definito, Gaudì, “l’ultimo costruttore di cattedrali”. Al di là della notazione tecnica per cui la Sagrada non è una cattedrale (la cattedrale di Barcellona è un’altra, Santa Eulàlia, splendido tardo gotico ma assai più classico) ma una basilica, cattolica romana, il cui nome completo è Temple Expiatori de la Sagrada Família (Tempio espiatorio della Sacra Famiglia), la definizione è comunque esatta e nitida. Perché ciò che distingue il capolavoro dell’architetto catalano da qualunque altra opera simile è proprio il concetto di opera grandiosa che travalica i secoli, impresa ambiziosa da realizzare non solo attraverso un progetto da affidare poi alle normali tecniche di costruzione, ma che indipendentemente dall’avanzare della tecnologia rimane sempre e per sempre un’opera fatta dal lavoro di mille singoli uomini, geometri, ingegneri, architetti e carpentieri, e poi artigiani della pietra, del legno, del ferro, ognuno in grado di aggiungere il proprio estro e la propria maestria al servizio di un’opera colossale dedicata all’umanità intera, e per suo tramite direttamente a Dio.
E’ evidente che la religiosità estrema di Gaudì, arrivata negli ultimi anni della sua vita a sfiorare l’ascetismo, ha finito per concentrare in questa opera tutte le sue energie e tutta la sua genialità, ma è altrettanto evidente che lui per primo è sempre stato cosciente del suo carattere essenziale di impresa sovrumana prima ancora che del suo significato simbolico di tempio dedicato al soprannaturale. Così come è stato cosciente fin dall’inizio che non l’avrebbe mai vista conclusa, consapevole di un’impresa che andava ben oltre la vita di un singolo uomo, e per questo volle che la costruzione procedesse per linee esterne e non salendo omogeneamente dal basso delle fondamenta fino al tetto, così da poter vedere coi propri occhi realizzate almeno le prime torri, quelle che esteticamente gli avrebbero mostrato l’aspetto essenziale di tutta l’opera: lo slancio verso l’alto, verso l’Altissimo, verso l’infinito.


Ed in questo procedere nella costruzione in modo non lineare che risiede anche un altro carattere fondamentale del suo essere opera unica nella storia dell’umanità. Per quasi un secolo i lavori sono andati avanti lentissimi, una pietra per volta, sostenuti quasi unicamente dalle donazioni dei fedeli. Per quasi un secolo la Sagrada è stata soltanto un abside scoperto e quattro torri e poi altre quattro assurdamente attorcigliate verso il cielo, e uno spiazzo aperto sotto quel cielo riempito solo da materiali di cantiere. Ora, negli ultimi dieci anni, nuovi materiali e nuove tecnologie hanno dato ai lavori un’accelerazione improvvisa, ma la sostanza non cambia. Le sue strutture irreali e fantastiche sono un tutt’uno con le foreste di impalcature, tramezzi, col rumore di seghe mostruose che tagliano il marmo, con i profili di gru metalliche che bucano le nuvole. Un cantiere infinito che lavora per l’infinito.
Diversamente da tutte le altre opere del maestro catalano, la Sagrada non è mai stata solo meraviglia o realizzazione pur sublime di geniali idee formali e funzionali e strutturali, ma è stata fin dal suo concepimento la personificazione totale dell’ingegno umano che chiede aiuto alla propria spiritualità per realizzare ciò che non sarebbe realizzabile da nessuna qualità umana presa singolarmente, e forse neanche da tutte loro messe insieme. E’ il tentativo estremo di superare i limiti umani attraverso l’anima delle cose, trapassare la loro essenza materiale e diventare, attraverso la forma, concetto puramente filosofico e spirituale di grandezza e di eternità.


Una cosetta da poco, insomma. E’ anche per questo, con tutta probabilità, che la Sagrada può suscitare con analoga decisione e precisione la meraviglia, l’ammirazione, l’orrore, il disgusto o il senso del sublime. E può farlo anche nello stesso osservatore da un momento all’altro. C’è chi pensa sia orribile, chi magnifica, chi tutte e due le cose, e chi, forse anche giustamente, non riesce mai a scindere completamente la meraviglia dal terrore, perché forse è proprio questo ciò che rappresenta e che incarna. In ogni istante del suo esistere riesce ad essere slancio fulmineo e tentacolare tenebra, rampa di lancio per missili puntati verso il cosmo e mostruoso ragno prigioniero nella sua stessa tela, presunzione di eternità dell’uomo mortale e estrema umiltà di chi sa che per qualunque impresa serve il lavoro lento, faticoso e discreto del primo degli artisti come dell’ultimo dei muratori.
La sua vera Natura, proprio in quanto direttamente concepita sulle forme naturali, è quella di un immenso organismo vivente, pluricellulare, in continuo e costante mutamento. Accanto ad una pietra scura posata nell’ottocento ce n’è una bianchissima posata ieri e ce ne sarà un’altra domani ancora diversa. Sempre riconoscibilissima nella sua unicità ma completamente diversa da com’era dieci anni fa, e diversa il prossimo anno da come appare oggi.
Se dovessi dare un consiglio a chi si sta giustamente impegnando con tutte le forze per portare a compimento quest’opera ormai concettualmente irripetibile per l’umanità del nuovo millennio, mi per metterei di darne uno solo: quando finalmente vedrete il traguardo, quando sarete giunti alle ultime pietre, per favore, fermatevi lì. Lasciate da qualche parte alcuni blocchi non montati, una porzione di impalcatura, una piccola scavatrice. Qualcosa che continui a comunicare insieme alla grandezza del monumento giunto alla sua forma completa anche il senso costante della costruzione e della trasformazione, anima indissolubile di questa immensa follia del genio umano.
Qualcosa come l’angelo mancante di Sant’Andrea della valle a Roma, vuoto simbolico che da solo fissa per l’eternità la non conclusione della chiesa, così cercate di fare anche per la meravigliosa idea di Gaudì, che proprio perché idea non potrà mai essere pietrificata per sempre in una sola forma. Proprio come lui, che nel suo lucidissimo delirio mistico progettò la più alta delle torri esattamente un metro più bassa della collina che domina Barcellona, il Montjuïc, perché mai il suo lavoro avrebbe potuto sorpassare quello di Dio, così voi evitate la presunzione di raggiungere l’inevitabile perfezione che la conclusione definitiva del progetto comporterebbe.
Sarebbe probabilmente l’inizio della sua fine. Ho idea che il migliore onore anche all’immenso genio del suo creatore possa essere questo: fermarsi gius to un metro prima, e lasciarle in dono almeno un angolo della precarietà che l’ha costantemente caratterizzata.
Uno spicchio di non finito che le doni l’infinito per l’eternità.

26 Maggio 2008

Antoni Gaudì
Sagrada Familia
(1883-1926/in costruzione)
Plaça della Sagrada Familia - Barcelona


(Capitolo estratto dalla raccolta “Attraverso le forme” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/39600/attraverso-le-forme/ )

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/

l'incidente mortale di Paul Walker è un classico esempio della Matrix in cui viviamo


Paul WalkerPillola Azzurra: La realtà che i media hanno raccontato al mondo:
Paul Walker è morto a Valencia, a nord di Los Angeles tradito dall’alta velocità, mentre viaggiava con un amico Roger Roads su una Porsche Carrera Gt. con la quale si stavano dirigendo ad un evento benefico organizzato dalla sua associazione, la Reach Out Worldwide, per raccogliere fondi da destinare ad aiuti e vaccini per le popolazioni colpite dal tifone Haiyan nelle Filippine. Aveva 40 anni.
Questo è quello che i media vi hanno raccontato. Questa è la versione a cui tutti quelli che hanno sempre scelto la pillola Azzurra hanno creduto ciecamente.
Ora vi offro la pillola rossa ed una nuova versione di quella storia.
N.b: La mia non vuole essere una sentenza ne ho le prove per definire falsa la versione ufficiale, quello che io vi propongo sono dei dettagli sulle attività dell’attore scomparso che non ci sono mai stati raccontati e che invece ci permettono di vedere quell’incidente sotto un’altra ottica. Ognuno è poi libero di farsi una propria idea:
Il conducente Roger Roads era un pilota con la massima esperienza oltre che CEO e cofondatore della Always Evolving specializzata in auto da corsa: a bordo della sua Porsche aveva corso in diverse gare internazionali, conquistando anche 6 podi e 2 vittorie nella Porsche Cup Series.
Al momento dell’impatto la strada era completamente libera, c’era la massima visibilità e gli esami effettuati chiariscono che il pilota non aveva assunto ne droghe ne alcol. La velocità risultava elevata rispetto al limite imposto dal codice della strada ma era inferiore ai 200 km/h quindi assolutamente gestibile per un pilota da corsa.
La vettura distrutta di Paul WalkerRoger Roads era anche un consulente affermato nel mondo dell’alta finanza che per vent’anni ha ruotato nell’orbita della Merryl Lynch/Bank of America e grazie ad i suoi contatti con quegli ambienti aveva organizzato diversi finanziamenti all’associazione di Walker ed ultimamente stavano lavorando insieme ad un progetto per portare grosse quantità di vaccini nelle Filippine.
Sembra che i due avessero rifiutato di chiudere un accordo con i soliti noti per dei vaccini che risultavano essere composti da sostanze che provocano infertilità (questa tesi è plausibile per chi conosce l’industria dei vaccini ma non è ufficiale quello che è certo è che stavano trattando con l’industria farmaceutica per grossi quantitativi di medicinali da inviare nelle Filippine): Il giorno dell’incidente stavano andando proprio ad una manifestazione per raccogliere fondi per nuovi vaccini ed aiuti umanitari.
Il resto è cronaca: La macchina sbanda e finisce in un albero forse a causa di un guasto, dicono.

Ora riflettiamo insieme:

È credibile un guasto ad un auto nuova di proprietà di una persona che aveva a disposizione intere officine di meccanici specializzati ? Una Porche con la quale Roads ci gareggiava.
E se invece il sistema dei freni fosse stato manipolato per disattivarsi ad una certa velocità – com’è già avvenuto in altri casi di attentati – in modo che anche il pilota più esperto trovandosi improvvisamente impossibilitato ad effettuare quello che in gergo si chiama il “gioco di freni” utile per dare stabilità all’auto prima della curva, si sarebbe trovato ad uscire di strada.
Migliaia di siti parlano della morte di Paul Walker, i media hanno mandato infinità di servizi ed approfondimenti ma nessuno c’ha detto della sua associazione di volontariato ne della questione dei vaccini nelle filippine.

Perché?

Forse perché proprio indagando su quei vaccini si troverebbero le cause ed i mandanti di quello che è stato considerato un semplice incidente e che invece potrebbe essere un vero e proprio attentato ad opera di quegli stessi poteri forti che si muovono dietro le grandi industrie farmaceutiche e che hanno anche la facoltà di usare i media per nascondere la verità.
Rifletteteci su… Scegliete la vostra pillola… Un saluto dalla tana del Bianconiglio.

Il sito della Reach Out Worldwide di Paul Walker: roww.org

Il sito della Always Evolving di Roger Roads: alwaysevolving.com

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

venerdì 29 settembre 2017

il dominio delle curve. La Barcellona di Gaudì


Proseguendo nella visita Barcellonese attraverso i classici percorsi dell’architettura di Antoni Gaudì, immancabile seguitare il viaggio nell’immaginazione che si fa forma affrontando Casa Milà, detta anche la Pedrera, enorme palazzo che si affaccia maestoso e inquietante sul Passeig de Gràcia, la grande arteria centrale del quartiere modernista dell’Eixample. 
Così come continuerà a fare anche nella straordinaria visione del Parc Güell, dove il suo studio delle forme naturali che si fanno struttura giungerà alle conseguenze più estreme nei colonnati a forma di onda oceanica o nelle balconate di panchine serpeggianti, anche qui Gaudì avanza lungo la sua strada eclettica senza perdere mai di vista la struttura fondamentale che regge tutte le sue idee e tutte le conseguenti realizzazioni. 
La linea curva.


Fedele alla sua celebre affermazione secondo cui “La linea retta è la linea degli uomini, quella curva è la linea di Dio”, il genio catalano ristruttura l’enorme palazzo al numero 92 del Passeig letteralmente “afflosciando” le sue strutture esterne. Tutta la facciata e i suoi numerosi balconi sembrano adagiarsi morbidamente come pesanti tappeti appoggiati su rocce.


Sembra di cogliere una smisurata torta gelato nell’esatto momento in cui si sta squagliando ma è ancora sufficientemente solida da stare in piedi. Il lavoro di progettazione e di realizzazione di tutti i blocchi di marmo che poi riproducono quest’insieme maestoso e decadente insieme, e soprattutto in costante movimento apparente nonostante la mole e la solidità evidenti, appare davvero come uno sfoggio di tecnica e di lavoro artigiano sorprendente.
Siamo negli stessi anni della casa Batllò, di cui abbiamo già parlato, ma dove lì sembrava essere la leggerezza, in particolare quella liquida dell’acqua, a dettare le linee realizzative dell’impresa, qui sembra quasi che le linee curve della Natura (e perciò Divine dal punto di vista del religiosissimo Gaudì) concorrano a rappresentare la solidità degli elementi più terrestri, come la pietra di cui si mantiene anche a vista la ruvidità. Ciò che sembra sempre e comunque escluso dalla sua architettura però è la staticità. E allora si rappresenti sì la pietra, ma quasi fosse pietra appena uscita da un magma vulcanico e poi rapidamente raffreddata a congelare per sempre le forme in quella morbidezza e in quei tragitti curvilinei che solo un momentaneo stato fluido, conseguenza di forze sovrumane, può avergli imposto.
La coerenza con cui tutta la facciata e ogni suo minimo particolare, dal portone alle ringhiere dei balconi in ferro battuto contorto, riproducono il concetto fondamentale di forze primordiali colte nell’atto di plasmare la materia, è assolutamente sbalorditiva.


E se ci si fermasse alla facciata, si potrebbe finire qui. Questa enorme colata lavica in forma di palazzo va però anche esplorata dall’interno, perché altre sorprese si nascondono altrove. La prima, forse la più sorprendente di tutte, è che la maggior parte degli appartamenti interni sono normalissimi. Geniale esemplificazione di come qualunque forma possa contenere una sostanza assai diversa da ciò che mostra all’esterno. Di un qualche interesse storico gli appartamenti all’ultimo piano, trasformati in museo, che riproducono stanze con mobilia dei primi del novecento, ma certo non sono questi che giustificherebbero la prosecuzione della visita. E’ quello che accade ancora sopra, a partire dalla soffitta, che è destinato a stamparsi indelebilmente nella memo ria di qualunque visitatore.


La soffitta riproduce con travature di legno ciò che nella soffitta Batllò era di cemento bianco. Le volte catenarie (ottenute cioè dalla curva formata da una catena lasciata penzolante e poi, potremmo dire semplicemente se non fosse una cosa terribilmente geniale e complicata, rigirate per riprodurle in forma di arco) si snodano lungo un tracciato curvo che forma una struttura di tunnel intersecanti fra loro e che facilmente fanno perdere l’orientamento. Siamo di nuovo nel ventre di una balena, ma stavolta quello che vediamo è il suo scheletro, una fila ininterrotta di vertebre dove la luce entra, gioca, scorre ritmicamente, gira una curva e si perde. Anche qui la struttura non è fine a se stessa; anche qui, vera fissazione di Gaudì, l’aria dall’esterno può entrare e circolare ad asciugare i panni appena lavati e stesi fra le volte della soffitta.


Dopo la giusta ubriacatura fra le vertebre fluttuanti, si può salire attraverso una delle strette scale a chiocciola ed uscire sulla terrazza. Ed è a quel punto che diventiamo Alice. Alice che non sa più qual’é la sua vera dimensione e che si trova circondata da un bosco di meraviglie.
Difficile descrivere ciò che d’improvviso appare ai nostri occhi. Usciamo dalla semioscurità della soffitta e siamo improvvisamente inondati di luce. E’ la luce del cielo di Barcellona, perché siamo sulla cima di uno dei palazzi più alti. Tutta la città è intorno a noi, quasi sotto, e c’è il mare ad un orizzonte e le colline all’altro. Tutti i tetti della città partono dalla linea del nostro sguardo e corrono verso il loro punto di fuga. Basterebbe questo ma questo è nulla. Il resto è il posto dove siamo. La terrazza sembra una ninfea galleggiante su uno stagno di antenne, un letto di foglie nel sottobosco che prende le forme morbide del terreno sottostante senza rivelarlo. Scende, risale, curva, ondeggia, oscilla.
Al centro si aprono un paio di voragini che poi scopri essere i cortili interni del palazzo, di forma indefinita, profondi e costellati di finestre come pozzi di san patrizio passati sotto il pennello di Dalì che li ha resi flosci come i suoi famosi orologi. E’ inevitabile che ci sia quassù sempre un sacco di movimento di turisti in visita, ma quand’anche riuscissi a salire qui senza nessun altro, non saresti comunque da solo.


Personaggi austeri e improbabili, enormi Elfi, sintesi astratte di guerrieri senza tempo ti guardano da ogni angolo. Non hanno occhi ma ti guardano.
Le uscite delle scale sono trasformate da Gaudì in casupole di streghe con i tetti spiraleggianti e luccicanti di schegge di ceramica, i molti comignoli del palazzo sono alfieri di una enorme scacchiera attorcigliati su se stessi come sotto la forza di una gigantesca pinza. Sembra di trovarsi nel mezzo dell’opera di un gigante che sta costruendo un modellino per il suo figliolo non meno gigante di lui. Puoi pensare, senza sentirti pazzo, che da un momento all’altro potrebbe spuntare una enorme mano e prenderti per mangiarti, o magari semplicemente per scansarti di lì che gli dai fastidio, che lui ci sta ancora lavorando, a quel piccolo giocattolo.
E subito sopra di te, ma proprio subito neanche ti trovassi in Africa, c’è il cielo. Sembra proprio lì, straordinariamente vicino. Forse perché altre cose più alte abbastanza vicine non ne hai, o forse perché è talmente evidente che tutto ciò che ondeggia lassù punta irrimediabilmente al cielo che non può che sembrarti più vicino del solito.
Tutto tranne una cosa.


Proprio dal tetto della Pedrera, se guardi verso est, magari attraverso uno dei buchi aperti in mezzo ai coni delle streghe, nel bel mezzo della distesa di tetti vedi qualcosa che certamente punta verso il cielo più di chiunque altra.
C’è una specie di castello di sabbia bagnata che si allunga verso il cielo come se potesse esistere e re sistere in piedi solo attorcigliandosi all’infinito verso l’infinito, senza mai raggiungerlo.
Già…. Non bastassero casa Batllò, La Pedrera e Parc Güell a fare di Gaudì un genio immortale, c’è proprio lì in mezzo alla città quell’altra follia della Sagrada Familia.
L’ultima cattedrale. La basilica dell’Assurdo.
Che merita da sola l’ultima puntata del viaggio.

26 Maggio 2008

Antoni Gaudì
Casa Milà, detta La Pedrera
(1904-1907)
Passeig de Gràcia, 92 – Barcelona

(Capitolo estratto dalla raccolta “Attraverso le forme” http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/arte-e-architettura/39600/attraverso-le-forme/ )

Alessandro Borgogno

fonte: https://viaggiatoricheignorano.blogspot.it/